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Diario


17 gennaio 2008

Oggi ho fatto l’assistente sociale

Oggi ho fatto l’assistente sociale, ed è già questo un paradosso, perché io sono un assistente sociale. Il mio lavoro consiste nell’ascoltare, certo, e nell’aiutare, sì.

Quotidianamente prendo atto di vite alla fine, di esistenze distrutte, di speranze fuggite, di stanchezza e guai; offro conforto e piccoli supporti; a volte risolvono, a volte no, ovvero risolvono ma solo un po’, solo per un po’. Sono un impiegato, passo delle carte, attivo servizi, giro, vedo gente.
Ma oggi, dicevo... oggi ho fatto l’assistente sociale. E’ andata così, ascoltate: un uomo entra nel mio ufficio, ha preso appuntamento per sé, ha un aspetto distinto, ha combattuto diverse malattie che solo adesso, a ottantadue anni, può dire di essersele messe alle spalle. Ascolti, mi dice, fisicamente sto bene, la mia salute non è un problema. Lo guardo, mi guarda. Comincia a piangere.
Piange, lo lascio fare. Sono solo, mi dice. Le lacrime gli spezzano la parola. Prima, mi dice, combattevo la malattia, curavo i miei interessi, la letteratura, il cinema, perché la vita fuggiva via. Ma ce l’ho fatta, la vita avanza ma non fugge più. I miei amici hanno le loro famiglie, io no, e non devo pesare su di loro, ho scelto di non legarmi a nessuno e avevo la mia vita, le mie passioni, ma adesso le giornate non finiscono più, e non so come riempirle. Piange ancora e… bene! penso, è il male di vivere, la depressione. Ma non riesco a ragionare se piange, così cerco di creare uno strappo.
Mi diceva che va al cinema, che film ha visto? gli chiedo. Giorni e nuvole, risponde tra le lacrime. Bello! Vorrei andare anch’io a vederlo, com’è? gli chiedo. Lui mi guarda, interdetto. Lo so! …ti sto chiedendo di raccontarmi la trama di un film, e tu avevi pensato che avremmo parlato per un’ora del tuo dolore. Bene. E’ lo strappo che cercavo. Gli occhi brillano, le lacrime si asciugano, ecco una buona analisi critica di Giorni e nuvole. La nostra interazione cambia, adesso siamo due persone che parlano della vita, ma da osservatori, poi dialoghiamo di arte, poi… lei deve farmi parlare con una psicologa, mi dice. Certo, gliele do le info che cerca, zero problemi. Però ascolti: va bene la psicologa e tutto, ma lei prima diceva una cosa importante. Sono solo, diceva. E cosa se ne fa di tutta l’arte, di tutto il cinema, di tutta la letteratura se alla sera non ne può parlare con nessuno?
Concorda: è la solitudine il problema. Non dimentichiamo la psicologa, ma parliamo della sua solitudine adesso.
Penso a quali servizi posso offrirgli, e mi viene la sindrome del segretario, scegli A, B, o C. No, quest’uomo ha bisogno di altro, devo approfondire ancora un po’.
Da quando ha cominciato a sentirsi solo, a sentire vuote le giornate? E’ stato in vacanza, ad agosto; ha conosciuto un gruppo di persone, fuori Bologna, che lo tenevano in gran conto, e lo capisco, perché l’uomo qui di fronte ha un suo umorismo, sprizza energia, è colto, intelligente. Ma tornato dalle vacanze, non ha trovato nessuno, nessuno a cui raccontare, nessuno.
Devo riflettere. Mi metto nei suoi panni: cosa farei, al posto suo?
Ricordo quando sono arrivato qui. La città non è stata subito ospitale, era diversa dal mio mondo, la gente era diversa, si incontrava, si salutava perfino, in maniera diversa. Cominciai a frequentare luoghi che mi somigliavano, perché c’era la possibilità di incontrarvi gente che mi somigliasse. Niente palestre, ad esempio. Mi iscrissi a un corso di scrittura.
Lo osservo: ha le gambe, ha l’udito, ha la vista, ha il cervello, ha qualche risparmio. L’uomo di fronte a me può fare tutto. Lo prendo di sorpresa: cosa ne pensa di iscriversi all’università? Sì, la Primo Levi, l’università per la terza età. Gli brillano nuovamente gli occhi. Su! Scarichiamo il programma da internet, telefono in via Polese, prendo contatti, ci sono ancora posti? Sì, bene! L’uomo inizia a crederci, scorriamo insieme le materie di studio, gli brilla lo sguardo. Mi piacerebbe architettura, sussurra. Andrà, gli sembra una bella idea, ci pensa su, sorride, ripete che andrà.
Il colloquio termina, un’ora precisa, bene! Mi venga a trovare tra tre mesi, vediamo com’è andata. L’uomo senza prospettive ha in tasca una prospettiva nuova di zecca. Oggi ho fatto l’assistente sociale.


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permalink | inviato da ioTocco il 17/1/2008 alle 10:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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