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Diario


12 marzo 2008

Dal fronte


Oggi c’è un sole che invita.
Abbiamo deciso di fare una gita, io e Vicè, come ai vecchi tempi.
Solo che ci siamo subito ricordati, io e Vicè, di non avere mai fatto gite, o forse appena una buona in trent’anni. E per quanto oggi avessimo stabilito di spingerci lontano, siamo arrivati solo a Porticello, che è a mezz’ora da Palermo.
Rieccoci coi nostri limiti: quelli del nord, i continentali, sono più abituati alle distanze, non c’è niente da fare.
Però Porticello posto di mare è, e il sole oggi ne incornicia ogni angolo. Tutto sommato va bene qui.
Gli devo fare leggere una montagna di roba e un altro tanto gliene devo raccontare; io e Vicè non ci vediamo da due mesi.
Lui metterà in scena uno spettacolo al teatro Garibaldi (quello resuscitato dalle bombe e dai furti alla Magione) e ha bisogno di una rete da lampara per allestire la scenografia.
Ma come viene viene, scendiamo dalla macchina e ci troviamo davanti il villaggio dei pescatori, e i pescherecci, e il sole che luccica sul mare e questa massa immobile e sempre in movimento, che alla fine mi viene un’illuminazione: Vicè, fottiamocene di tutto, arte e teatro, e andiamo in trattoria a farci una mangiata di pesce.
Ci accomodiamo da ZA MARIA, CA CU S’ASSITTA S’ARRICRIA e ordiniamo un frittomisto calamari e gamberi annaffiato da un bianco d’Alcamo. Poi ci lasciamo tentare da un’insalata di mare (taliasse ‘stu purpu, have l’occhi azzurri) e dalle seppioline affogate.
E davanti a me, al tavolo di fronte, c’è un tizio che mangia ch’è un piacere, solo, Rajban scuri, intorno portate d’ogni tipo e natura. E mentre mangia, si dimentica del mondo.
Vicè! Potrebbe essere lui, Salvo Montalbano di Vigàta, in trattoria.
Solo chi ha letto e sa, potrebbe capirmi. E Vicè non ha letto e non sa, non mi capisce, anche se ci tenta.
Il conto però: di quello Camilleri non ha mai scritto. Sessantacinquemila lire, e tanto meglio non pensarci più. Anche perché è ora di darci da fare.
Dopo la sigaretta digestiva, Vicè si avvicina a un uomo su una lapa. Vicè chiede all’uomo sulla lapa se lui per caso, essendo che è pescatore, non è conto che abbia con sé un pezzo di lampara o di tramaglio da darci, previo pagamento. Non ci comprende, e poi lui il pesce lo vende soltanto.
Gli dico: Vicè, più deciso devi essere, sei un direttore artistico, un impresario!
Individuiamo un gruppo di uomini vestiti alla pescatora, che rammendano le reti. Vicè parte con passo rapido e sicuro e gli si para davanti.
A parte il fatto che questi sembrano incazzati già così. Ma poi te li vedi tirare le fila di questa massa di rete di cui non s’intuisce né l’inizio né la fine, e invece loro ne indovinano ogni buco pirtuso, e sembra che, se li distrai anche solo per un attimo, poi non ci si raccapezzeranno più.
Picciotti. Che si dice? Mi sirbisse n’anticchia di ‘sta rete… e io penso: Vicè, non così, così è troppo!
…Pi ‘na cosa di tiatru.
Uno di loro, il più scuro, a quella parola si scioglie come un ascaretto al sole. Teatro! Guarda il mio amico dalla sigaretta ad angolo bocca, poi mira a due ragazzini lì accanto e dispone, secco: Carusi, ‘iti a grapiri ‘u magasènu.
Alla fine, in macchina con noi ci sale magari lui a grapiri ‘u magasènu, e tra me e me penso che con questi due teatranti è un modo come un altro per arrotondare la giornata.
Tempo fa, dovendo descrivere il protagonista del mio nuovo racconto, scrivevo: “sguardo mobile, viso corrotto dal sole”, e mi chiedevo poi se corrotto non fosse una parola troppo forte per indicare uno che col sole ci sta a tu per tu.
Non lo è. Se adesso dovessi descrivere l’uomo seduto dietro di noi, direi: viso corrotto dal sole. Ma a proposito dello sguardo? Il suo è cupo, non ci si entra.
Vicè, preso com’è dalla sua parte d’impresario del Teatro Garibardi di Palermo, promette biglietti gratis a tutti (Vicè, ma lo spettacolo non è gratuito a prescindere?). Io, per attaccare discorso, provo a buttare lì una domanda, gli chiedo se non occorre una santa pazienza a trafficare con quelle reti. Il suo sguardo stracancia, un attimo è fierezza, l’attimo dopo si fa cielo terso. Non so fermare in un’unica immagine questi due occhi di bestia sirbaggia, un po’ film neorealista e un po’ cartone animato.
Arrivati al magazzino, l’uomo afferra una massa di rete e ci fa segno di caricarcela. Io e Vicè ci guardiamo come a chiederci: ma quanto ci viene a costare? e l’impresario fa capire all’uomo che non è che poi dobbiamo addobbare l’intero teatro. Ce ne basta un metro o due.
Questa è rete di lampara, non s’infradicia, ci spiega l’uomo dopo averla caricata in macchina e, quando Vicè gli chiede, con voce cantilenante forte e decisa: Allora, quant’è per il disturbo? lui mette su la maschera del siciliano offeso e amareggiato perché non ti sei accorto che di regalo si trattava. Poi m’offre un cafè, risponde.
Al ritorno gli chiedo di parlarmi del suo lavoro.
Lei nel mare non ci può entrare. Non ci capisce nenti. E come dargli torto: cosa sua è, cosa sua rimane. Io del mare in fondo non so nulla, io cittadino col mare a telecomando.
Il caffè, alla fine, quasi dobbiamo pregarlo per offrirglielo. Vicè, impresario dal cuore tenero, ripete al gruppo: E allora, vi aspetto tutti, per voi è gratis! (aridaglie Vicè) e poi li salutiamo.
Uno, distratto, chiede all’altro accanto: Ma zocc’hannu a fari cu ‘sta rete?, e l’altro lo sento rispondere: U tiatru, con un’inconfondibile punta d’orgoglio che per me significa “e noi li abbiamo aiutati”.
Ma che ne sanno loro dell’arte, loro che solo mare vedono? Ne sanno, ne sanno.
E noi? Muti come due pesci, da Porticello fino a Palermo.
Come sempre dovrò rinviare i miei due mesi di novità. Io e Vicè, alla fine, non ci siamo detti niente, e ora gli dovrò pure raccontare di quella volta, quei pescatori.

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le stelle potrebbero essere nientemeno che semi del cielo, e in una notte far nascere fiori, uno, per ogni stella caduta. ma io pensavo, che le stelle fossero solo lacrime degli angeli, ed i girasoli, che crescessero così alti per asciugarle di nascosto, nella notte.

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