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Diario


4 giugno 2008

BloggerOTECA, scaffale 10

SCAFFALE 10






"Il tuo odore è rimasto nelle stanze a lungo, per molti giorni mi pare. Odore di sole, di pelle umida, di schiuma da barba, di menta. Dentro le lenzuola ho ritrovato dei tuoi capelli. Uno era rimasto intrecciato ad uno dei miei. Erano in fondo al letto, nascosti, spinti lontano dalla forza dei nostri piedi. Ma anche peli del pube, ho trovato. E sottilissime scaglie di pelle. Le lenzuola portavano ancora l’impronta dei nostri corpi, la traccia del nostro passaggio, del tuo. E il silenzio, certo. Molto silenzio ormai. L’eco delle tue parole si era già spenta, consumata. Non abbiamo più parole, hai detto. E così siamo rimasti zitti. In attesa. Ma volevo dirtelo, che ti amavo. Ma ormai il tempo delle parole era finito, scaduto. Te ne stavi andando e io non potevo farci niente. Nessuna parola avrebbe potuto salvarci…(…) Nel bagno spalanco la finestra e mi spoglio. Rimango nuda di fronte al grande specchio sopra il lavandino. Le ombre si sono ritirate. Il mio corpo pallido è invaso dalla luce, colpito. Vedo le imperfezioni, le pieghe, gli angoli creati dalla sporgenza delle mie ossa. Faccio scivolare le dita lungo i fianchi, sul ventre, sulle braccia. Il mio corpo mi viene incontro ma io non ci sono, non ci sono più da tempo…(…) Non ho mangiato nulla. Nulla. Per giorni non mangio nulla. Mi dimentico…(…) Ti avevo detto che là fuori non c’era nulla, proprio nulla, che poteva ancora interessarmi. Il mio silenzio, il mio desiderio di solitudine, ti stremavano. Avevi girato la testa verso di me, il tuo sguardo mi frugava il volto, la mente. Sei stato zitto. Hai lasciato passare il tempo. Avevi chiuso gli occhi, forse. Poi, alla fine, l’hai detto. Hai detto: è un’idea folle, tutto è folle. E anche tu, forse, non sei altro che questo: folle…(…) Vengo ad aprirti. Lo schiocco della porta ti coglie di sorpresa. Ti giri verso di me. Ti vedo. So che ti amo. Lo so nell’istante in cui i miei occhi incontrano il tuo volto, nella possibilità di parole che non vengono, che non posso dire.
 (…)
"Ti amo nel silenzio, in questo vuoto che di colpo ci separa, ci zittisce. Certe volte non si può fare che così, tacere, non dire nulla, lasciare il mondo spoglio, scarno…(…) Fai così. Le tue dita sul mio corpo come pennelli su una tela. Le tue dita lo percorrono tutto, centimetro dopo centimetro. Cercano, individuano, contano, circoscrivono. Toccano e vedono. Anche i tuoi occhi. Il tuo volto non esprime niente. Mi respiri sul volto, sul seno, sul ventre…(…) Ci sono cose che non so, di quest’uomo. Un giorno credo di sapere, poi di colpo non so più niente…(…) Mi chiedo dove hai dormito, le altre notti. In quale letto, in quale camera, con chi. Mi chiedo se c’è qualcun’altra nella tua vita. E se per caso è lei che ti tiene stretta di notte…(…) Mi chiedo quale cielo ci sia sopra la tua testa. Quali venti, colori, nuvole, uccelli.. mi hai portato sulla spiaggia. Pochi metri sulla sabbia e l’acqua ci ha bagnato i piedi. Era il tramonto, ti ho detto che avevo freddo e tu guardavi lontano senza sapere cosa guardare. Mi hai abbracciata d dietro e hai indicato la sagoma sfuocata di una nave all’orizzonte. E mentre guardavo ho saputo che ti avrei perso. È stato li che sono invecchiata di colpo…(…) Ma le parole non servono proprio a niente, amore mio. Nemmeno quelle che ti scrivo oggi dentro questa stanza di colpo bianca e gelida , hanno davvero senso.

Deborah Gambetta - "Il silenzio che viene alla fine"
 

“Secondo me non riesci a capire perché analizzi i sintomi, e non la malattia. Il tuo problema non è nella relazione con gli uomini. Quello è una conseguenza. Il tuo problema sta a monte, sta nella relazione con te stesso e con la tua vita. Innanzitutto, come fanno molte persone, anche tu chiami amore il desiderio di possedere. Possedere e appartenere a qualcuno…ti danni a voler dare a lui la felicità che non sai dare a te stessa. Oppure speri che possa renderti felice, lo carichi di questa responsabilità e lui finirà col deluderti. Sentirai di aver perso tempo…
…Per quanto riguarda le mie storie, avervo sempre sbagliato perché cercavo la mia totalità unendomi a un’altra persona. Non ci si può unire se manca un pezzo. Ci si può solamente appoggiare. Su questo aveva ragione. Vivevo le storie d’amore con un sacco di preoccupazione. Diventavo gelosa. In realtà, anche se dicevo di essere gelosa perché ci tenevo, lo ero solamente perché difendevo la mia sopravvivenza. La mia stampella. Così le mie storie d’amore avevano le radici nella paura. Paura di perderlo, perché da sola non riuscivo a provare quelle emozioni, paura di ripiombare nella solitudine. Paura di tornare a zoppicare. Non davo vita ad un sentimento vero, facevo solo scelte che mi facessero sentire meglio. Io ero senza pelle, e anche un soffio di vento sembrava uno schiaffo. Troppo debole. La debolezza non è altro che disarmonia interiore. Infatti ero totalmente disarmonico verso la vita…sono molte di più le cose che vengono a mancare quando una persona se ne va, molte di più di quelle fatte, di quelle successe. Perché? Perché? Perché? A questa domanda non c’è risposta, e se non lo si capisce in tempo si rischia di impazzire. Bisognava smettere di chiedersi perché e iniziare a chiedersi come poter trasformare tutto quel dolore in qualcosa di costruttivo. Come dargli sfogo e trasformarlo…in quei giorni ero disperata. Non pensavo che nella vita potesse fare così freddo…come lenti dinosauri, i giorni passavano lasciando le loro pesanti orme. Anche senza di lei mondo continuava a esistere. Io non riuscivo più a interessarmi a niente. Continuavo a essere anestetizzato, vivevo in una bolla di vetro. Veramente questo succedeva da tempo, la differenza era che adesso non potevo più fare finta di niente. L’unica cosa cui non ero più indifferente era la mia indifferenza. Forse stavo decidendo che dovevo per lo meno provare a capire chi ero…vivere è stata la medicina del primo periodo, anche se era ovvio che non sarebbe bastata…
…Non mi hai più portato vicino al tuo cuore, non mi hai più fatto sentire il tuo calore. E io ho passato la vita solo, fuori dalla porta della tua infelicità a bussare perché tu mi facessi entrare, dandomi la possibilità di starti vicino. Volevo stare li con te e tu me l’hai impedito. Tu non mi hai più aperto, probabilmente nemmeno udivi le mie grida, il rumore del mio pianto. Hai fatto finta di non sentire. Così, non riuscendo a renderti felice ho iniziato a condividere un po’ della tua infelicità. Stando sempre fuori dalle mura della tua indifferenza. Mi pareva di aiutarti, di alleggerirti la vita. Soprattutto, rinunciare alla mia felicità mi regalava l’illusione di esserti utile. Come una casa vecchia mi sono demolita e ricostruita. Non potevo più andare avanti a fare piccoli lavori di restauro. Ho dovuto demolire tutto e ricostruire dalle fondamenta. Qualcosa l’ho anche tenuto, non era tutto da buttare. Una cosa importante che ho imparato è stata quella di perdonarmi, ma soprattutto ho capito di voler essere felice. Ho scoperto di averlo sempre pensato, ma di non averlo mai voluto. Pensavo di non meritarlo. Come pensavo di non meritarmi i baci e le carezze che non mi davi e gli abbracci che mi hai negato.
La cosa che finalmente ora so con certezza è che ti amo. Ti amo. Ti amo da togliere il respiro quando ci penso. Ma per riuscire ad amarti così ho dovuto ucciderti, ho dovuto attribuirti le tue responsabilità, ho dovuto vederti per quello che sei. Meraviglioso, e doloroso.
Anche io mi sono preso le mie colpe. Ho capito che portavo il peso del mondo sulle spalle, pensando di essere una vittima degli accadimenti, ma in realtà ne ero il responsabile; avevo scelto io di essere così, quella condizione me l’ero imposta da solo, nessuno me l’aveva chiesto. Avevo deciso di essere vittima e mi ero scelto e creato quella situazione per godere del mio dolore. Usavo le altre persone per farmi del male. Mettevo la frusta nelle mani degli altri…”
--
Fabio Volo – “Un posto nel mondo”


“Proprio quando mi sono sentita ingannata, abbandonata, umiliata, ti ho amato moltissimo, ti ho desiderato più che in qualsiasi altro momento della nostra vita insieme.”
“E allora?”
“Non ti amo più perché, per giustificarti, hai detto che eri caduto nel vuoto, nel vuoto di senso, e non era vero.”
“Lo era.”
“No. Ora so cos’è un vuoto di senso e cosa succede se riesci a tornare in superficie. Tu no, non lo sai. Tu al massimo hai lanciato uno sguardo di sotto, ti sei spaventato e hai turato la falla col corpo di un’altra.”
Lo guardai attentamente. Era proprio così, non c’era più niente che mi potesse interessare di lui. Non era più nemmeno una scheggia di passato, era solo una macchia, come l’impronta che una mano ha lasciato anni addietro su una parete.
--
Elena Ferrante “I giorni dell’abbandono”


La cosa più ingiusta della vita è come finisce.
Voglio dire: la vita è dura e impiega la maggior parte del nostro tempo. Cosa ottieni alla fine? La morte. Che significa! Che cos'e la morte? Una specie di bonus per aver vissuto?
Credo che il ciclo vitale dovrebbe essere del tutto rovesciato.
Bisognerebbe iniziare morendo, così ci si leva subito il pensiero. Poi, in un ospizio dal quale si viene buttati fuori perché troppo giovani. Ti danno una gratifica e quindi cominci a lavorare e per 40 anni, fino a che sarai sufficientemente giovane per goderti la pensione.
Seguono, feste, alcool, erba ed il liceo...
Finalmente cominciano le elementari, diventi bambino, giochi e non hai responsabilità, diventi un neonato, ritorni nel ventre di tua madre, passi i tuoi ultimi nove mesi galleggiando, e finisci il tutto con un bell'orgasmo!
--
Woody Allen


Quando fai un errore non pensarci troppo. fattene una ragione nella tua mente e guarda avanti. gli errori sono lezioni di saggezza. il passato non può essere cambiato. il futuro è ancora in tuo potere.
--
Hugh White


"A .... per i nostri anni insieme, per quella parte di te che mi manca e che non potrò mai avere, per tutte le volte che mi hai detto non posso, ma anche per quelle in cui mi hai detto ritornerò...sempre in attesa, posso chiamare la mia pazienza "amore"? La tua fata ignorante."
--
Le fate ignoranti


"Te stesso, così come ognuno nell'intero universo, merita il tuo amore ed il tuo affetto."
--
Buddha


"Giochiamo a fare i rivoluzionari nei nostri piccoli spazi riservati e ci sentiamo pericolosi e importanti e poi alla prima occasione vera torniamo poveri minorenni senza una casa e senza un lavoro e senza soldi, senza la minima possibilità di incidere sulla nostra vita"
--
Andrea De Carlo - Due di due


"Da dove viene la noia?"
"Non viene. È lì. Nella mancanza di scopo e nella mancanza di senso e nell'incapacità di andare oltre. Siamo convinti che si infili a tradimento negli spazi vuoti, e che basti darsi da fare per mandarla via. Invece è il contrario, la noia è al centro dello spazio, e noi per non vederla la copriamo con schermi e paraventi mobili di attività concatenate."
"E cosa dovremmo fare, invece?"
"Dovremmo sapere che la noia è lì. E che ci può spingere a fare le cose più insensate, o a cercare di capire il senso delle cose. Se uno si sottrae sistematicamente alla noia, per quanto corra non va da nessuna parte."
"Perché?"
"Perché tutto nasce dalla noia. Le percezioni e le constatazioni e
le elaborazioni, le idee di ogni tipo."
--
Andrea De Carlo - Pura Vita


Mica posso piangere e ridere in mezzo alla strada, la gente vuol parlare. E se nessuno ti parla, allora ti tocca pensare.
--
Stefano Benni - La grammatica di Dio. Storie di solitudine e di allegria


"Ma quando ti viene quella voglia pazzesca di piangere, che proprio ti strizza tutto, che non la riesci a fermare, allora non c'è verso di spiccicare una sola parola, non esce più niente, ti torna tutto indietro, tutto dentro, ingoiato da quei dannati singhiozzi, naufragato nel silenzio di quelle stupide lacrime. Maledizione. Con tutto quello che uno vorrebbe dire... e invece niente, non esce fuori niente. Si può essere fatti peggio di così?"
--
Alessandro Baricco - Castelli di rabbia


"Ha 38 anni Bartleboom, lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare le cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi se non a lei?
Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle in grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle: "ti aspettavo!"
Lei aprirà la scatola e lentamente quando vorrà leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu, si prenderà gli anni, i giorni gli istanti, che quell'uomo prima ancora di conoscerla le aveva regalato.
O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell'uomo: "tu sei matto!"... e per sempre lo amerà!"
--
Alessandro Baricco - Oceano Mare


Forse le cose stanno esattamente così: quelli che vale la pena di amare veramente sono quelli che ti rendono estraneo a te stesso. Quelli che riescono a estirparti dal tuo habitat e dal tuo viaggio e ti trapiantano in un altro ecosistema, riuscendo a tenerti in vita in quella giungla che non conosci e dove certamente moriresti se non fosse che loro sono lì e ti insegnano i passi, i gesti e le parole: e tu, contro ogni previsione, sei in grado di ripeterli.
--
John Fante - Chiedi alla polvere


"Avevo provato ad affidarmi completamente alla sorte,buona o cattiva che fosse. Mi sembrava che tutto sarebbe stato più facile. Ma quando capii che nemmeno questo serviva a rendere la vita più sopportabile,diventai anch’io un’adulta come tutti gli altri,capace di conciliare le cose più atroci con la vita di tutti i giorni."
--
Banana Yoshimoto - Kitchen


"Nel vederti cambiare così in fretta, mi viene da pensare che in realtà l'essere umano è un contenitore. Solo un contenitore, il cui contenuto può cambiare. Anche in un'altra persona che cammina per strada. Seguendo il corso del destino, tu metti nel contenitore una cosa dopo l'altra, ma nella parte più profonda e segreta del tuo essere, in questo semplice contenitore c'è qualcosa che assomiglia a 'Sakumi', forse un'anima, non so, e solo quella per qualche ragione non cambia, è sempre lì, accoglie tutto e cerca di godere della vita. E se penso che sarà in te fino a quando morrai, provo una strana tenerezza, quasi un dolore, insomma mi sconvolge completamente"
--
Banana Yoshimoto - Amrita

 


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permalink | inviato da ioTocco il 4/6/2008 alle 12:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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le stelle potrebbero essere nientemeno che semi del cielo, e in una notte far nascere fiori, uno, per ogni stella caduta. ma io pensavo, che le stelle fossero solo lacrime degli angeli, ed i girasoli, che crescessero così alti per asciugarle di nascosto, nella notte.

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