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Niente di personale, Visti & Riletti


Diario


17 febbraio 2011

200.000 visite

I blog vivono anche di traguardi.

Giunto a 50000 visite, ho deciso di cambiare la natura delle mie pubblicazioni: niente più notazioni personali.

“Al fin della licenza io Tocco” chiudeva, cambiava veste e diventava “Niente di personaleappunto. Minimo impegno, qualche recensione, post anti truffe, cose così.

Nonostante ciò, oggi scopro di aver raggiunto un altro traguardo: duecentomila visite.

Il che mi fa pensare che i blog, in qualche modo, vivano di vita propria, diventino pagine a disposizione dei naviganti e se ne freghino di quello che il proprietario decide per loro.

Sorrido.

A questo punto il progetto è completo; personalmente, non ho più nulla da aggiungere a questo blog.

Ma nel chiudere questo post è giusto che dica: grazie a chiunque è passato, ha commentato, ha condiviso con me questo percorso, aperto il 10 gennaio 2008, 3 anni fa quindi.

Ci sentiamo a 500.000 visite ;)


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23 ottobre 2009

Siamo dei (fragili e imperfetti)


Oggi, scrivendo a due persone a me care, ragionavo sul senso del perdono, parola inflazionata che faccio fatica a riconoscere nel mio vocabolario. Che significa "perdonare"? Chi sa perdonare, chi sa farsi perdonare, chi perdona chi, e per cosa? Si può imparare a perdonare? Non saprei...

Io penso agli esseri umani come a degli dei fragili. Stiamo al mondo sapendo che moriremo, e questa è la condanna che pesa sulla intera nostra vita, oltre a quella di sforzarsi di credere a un dio che non si vede e, a volte, proprio non c'è.
Quello che ci rimane è la solidarietà tra noi. E, per questo, capisco quelle persone che dicono: la cosa che chiedo al mio compagno è di essermi accanto, di esserci.

Di contro, c'è la vita che preme, la nostra unica vita; e in questo siamo tutti peccatori, pecchiamo nei confronti di noi stessi per non osare abbastanza, pecchiamo nei confronti dei nostri cari nel momento in cui osiamo qualcosa di più. E tutto per sentirci vivi.

In questo senso, nessuno di noi è un dio perfetto, siamo tutti dei fragili, la nostra deità è votata alla fedeltà e, per estrema contraddizione, al peccato. Se sei fedele a te stesso, pecchi nei confronti dell'altro, e viceversa.

Ecco perchè dobbiamo perdonarci a vicenda. Il vero percorso cristiano delle nostre esistenze è questo: lo sforzo reciproco e mai finito di comprendere le ragioni degli altri e, se possibile, accettarle.
Bel casino...


7 aprile 2009

Sei pezzi da mille



Nel commentare American Tabloid dicevo: quando la scrittura mette la quarta.
In questo secondo episodio è questo aspetto che crea qualche inconveniente: la scrittura è TROPPO veloce e i fatti da narrare, i personaggi, gli intrighi, le macchinazioni sono, davvero, talmente difficili da seguire che il racconto ad un certo punto cede.
O forse, chissà, subentra la stanchezza del lettore.
C'è un altro aspetto che riguarda la scrittura: è molto caratterizzata, Ellroy utilizza i trucchi del mestiere ed il suo linguaggio è francamente geniale in alcuni passi. Poi diventa ripetitivo, ostico, e finisce per scorrere troppo in superficie.
Detto questo, i personaggi sono sempre iperaffascinanti, le figure femminili meglio delineate e più pungenti rispetto ad A.T.
Però: la mancanza che il lettore prova per Kemper B. non è colmata dalla new entry Wayne Tedrow Jr. e, infine, non si capisce che fine abbiano fatto rispettivamente la figlia di Ward Littel e la figlia di Kemper Boyd. Ma forse le reincontreremo nel terzo episodio, quando uscirà! Io ci spero...




Sei Pezzi da Mille è un romanzo di James Ellroy, il secondo della cosiddetta trilogia americana. In esso Ellroy ricostruisce le trame e le macchinazioni che sarebbero l'origine di avvenimenti chiave della storia americana miscelando fonti storiche e invenzioni letterarie.

La vicenda inizia il 22 novembre 1963 (assassinio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas) e termina il 9 giugno 1968, passando per l'assassinio di Martin Luther King, l'escalation militare in Vietnam, le follie del miliardario Howard Hughes, il Ku Klux Klan, gli esuli cubani anticastristi, la Mafia. Così come nel precedente American Tabloid, la narrazione in Sei pezzi da mille si sviluppa seguendo alternativamente il punto di vista dei personaggi principali (Ward Littel, Pete Bondurant, Wayne Tedrow Jr.) e le comunicazioni secretate tra J. Edgar Hoover e vari agenti e collaboratori dell'FBI. Lo stile di scrittura è frenetico, fatto di periodi brevi ed incalzanti.

Il risultato finale è un angosciante affresco degli Stati Uniti, dipinti come una nazione fortemente influenzata dalle lotte e dalle macchinazioni di differenti gruppi di potere che ricorrono ad ogni mezzo alla loro portata per espandere la propria area di influenza.




30 novembre 2008

Niente di personale

Al fin della licenza nasceva come un blog con una presenza forte, notazioni personali, un orientamento politico marcato.

Questo blog chiude l'esperienza precedente e riparte da contenuti diversi, più mirati verso il mondo dei libri e verso la pubblicazione di articoli di servizio (sull'ambiente, sullo spettacolo, sul vivere la città, sulla famiglia).

Una struttura più agile, meno connotata, più "di contenuto", meno personale, infine.

NIENTE DI PERSONALE


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1 settembre 2008

Il voto a scuola e i sistemi educativi del tempo che fu

La ministra Gelmini ha deciso di reintrodurre il voto a scuola: non più quei giudizi come sufficiente, mediocre, buono, ottimo, ma numeri, con valore universale in una scala da 1 a 10.

Mi ricordo di quel giudizio che davano alla scuola media:
DISTINTO. Non capivo cosa significava, ma calcolavo che stava tra Buono e Ottimo, quindi non doveva essere poi una parolaccia.

Invece, i voti tutti li comprendono: o vali 3, oppure vali 8. 7 è meno di 9 ma è meglio di 6.

Se alle medie avevo i giudizi, alle scuole elementari, invece, c'erano ancora i voti.

Mio padre aveva deciso di
premiare i nostri voti con moneta sonante (erano i sistemi educativi di quel tempo, metà anni 70), ed aveva strutturato una graduatoria vera e propria:

il 10 era ripagato con una carta da
500 lire (un'ambizione che avrebbe portato chiunque alla felicità!)
il
9 valeva 300 lire
l'
8 era quotato 200 lire
il
7 voleva dire lire 100
il
6 cinquanta lire

Poi c'era una nota:
se la maestra scrive VISTO, venti lire.

E sì!... perchè a volte la maestra scriveva sul foglio solo una grande V, che poi seppi significava Visto. Senza voto. E ci si rimaneva talmente male che mio padre decise, in qualche modo, di premiare anche la V grande.
Con venti lire ci prendevi due volte l'ascensore, del resto!!!



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26 agosto 2008

Un anno da blogger

Andando per blog si ricevono molti stimoli. Commentando i post, si scrivono cose che portano ad altre cose e ad altre cose ancora.

Qualche giorno fa ho commentato un post di un'amica di blog (una volta tanto non ne farò il nome, ma è tra i miei link) che faceva una domanda facile facile: TU PERCHE' SCRIVI?

Il post era scritto molto bene, invitava al commento, così ho provato a rispondere.

Mi sono ricordato, scrivendo, che è passato un anno esatto da quando ho aperto il primo blog, su Blogspot. Era l'agosto del 2007.

Il blog non esiste più, in quanto a gennaio di quest'anno, passando al Cannocchio, ho deciso di non tenerne in vita due.

Un anno da blogger, non so se è poco o molto, ma in qualche modo il blog ha trasformato il mio tempo libero e la mia percezione dello stare insieme.


Io scrivo per...
la domanda è bella, ma la risposta non è facile.
O meglio: non è semplice.
Ho aperto il blog quando è nato il mio secondo figlio. Ero intrappolato a casa, come capita con i figli neonati. Ho passato un anno difficile, quasi in solitudine, preso da diecimila compiti eppure chiuso dentro casa. Casa lavoro, lavoro casa.
Sentivo il bisogno di comunicare, ma il mio tempo libero iniziava alle 22 e finiva alle 24.

Il blog era una strada, ma non pensavo si potesse parlare con gente che non conosci. Il "virtuale" mi era sconosciuto e mi faceva un po' paura.
Scrivevo per un giornale on line, Romareporter, ma non ero soddisfatto: nessun riscontro ai miei articoli, ancora una volta poca soddisfazione.
Adesso sono editore di me stesso, mi sento libero e creativo.

Mentirei se dicessi che i commenti e l'affetto non mi fanno piacere.
Il primo blog che ho aperto era sempre privo di commenti, era come parlare a un pubblico dal palcoscenico. Ma io amo mischiarmi, quasi quasi permetterei a chiunque di scrivere al mio posto e io starei a commentare.

Oggi il blog lo amo e lo odio. Mi ruba più tempo di quanto ne abbia in realtà, dormo poco e questo è male, però so che il blog mi fa bene, e così continuo.


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25 agosto 2008

Montare un canestro

Se c'è un lavoro casalingo che richiede pazienza, buona vista, capacità di orientamento e doti da sarto (o da pescatore, non so), quello è MONTARE UN CANESTRO.

Ho deciso di farlo ieri, dato che lo avevo promesso a mio figlio e che sembrava un lavoretto facile facile.
Dunque: dato un trapano, due tasselli e un tabellone, prendere le misure, fare due buchi nel muro, infilare i tasselli, infine appendere il tabellone. Fatto!

Il bello, però, viene dopo: il Set da pallacanestro comprende un canestro, una retina e un cordino per attaccare la retina al canestro.

Inizio a far passare il cordino per i supporti della retina: mettere i supporti in fila dal primo all'ultimo, prendere il primo e intrecciare il cordino dal supporto al canestro. Poi il secondo e così via. Fatto!

Fatto un cavolo! Finito il lavoro mi accorgo di essermi dimenticato un supporto fuori: tutto da rifare.

Ri- metto i supporti in fila dal primo all'ultimo, infilo il primo con il cordino e lo intreccio al canestro.
Fatto! No... ho sbagliato ancora. Rifare.


Insomma, ho capito cosa provano i pescatori quando devono riordinare le reti.
Alla fine, però... vuoi mettere la soddisfazione di una partitina in terrazzo?

Ecco il nostro nuovo canestro!






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17 luglio 2008

Pecorella

Mio figlio esplora il mondo, che per adesso si limita a poche semplici cose.

Io lo affianco, in questa operazione complessa.


Ecco! gli spiegavo ieri: questa è una pecorella!





Ma stai attento! Se la perdi, diventa una pecorella smarrita!
Temo che non abbia capito la battuta...



Approfitto di questo post per salutare e ringraziare di cuore tutti quelli che mi leggono, e che mi commentano, o quelli che, soltanto, passano da qui a curiosare.
Il blog ha raggiunto i 20.000 contatti, ed è un po' come percorrere una strada piacevole, in buona, assai buona, compagnia.



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15 luglio 2008

Vivere con lentezza

La ricerca del benessere, a volte, passa per percorsi semplici, quasi quotidiani.
Fare le cose con lentezza, ad esempio.

Vivere con lentezza è un'operazione difficile, piena di nuove abitudini che vanno coltivate con cura.
Vi segnalo un sito che teorizza L'ARTE DEL VIVERE CON LENTEZZA, in cui potete trovare i
14 comandalenti, per trovare la velocità giusta nella vita.
E' un sito che ho letto con molto interesse!

Ancor prima di scoprire questo sito, però, la mia ricerca della LENTEZZA è passata per abitudini tutte personali:
come fumatore, ho mollato le sigarette confezionate; fumare il tabacco significa perdere tempo a confezionare da sè (rollare) la sigaretta. Prendere una cartina, mettere dentro la quantità giusta di Golden Virginia, il filtro. Fumo di meno, assaporo di più.

Perdere tempo, appunto.

Cerco il più possibile di camminare a piedi, ovvero con i mezzi pubblici.
Mi fermo volentieri a scambiare due chiacchiere con la gente.
Preparo degli aperitivi per gli ospiti prima di cena.
Quando entro al bar per le mie massicce dosi di caffè, saluto il barista e gli chiedo come sta. Poi si parla del tempo, della politica, dei bambini, del prezzo del caffè. Lo faccio, anche se non lo conosco. Mi aiuta, e immagino che faccia piacere anche al barista.

Insomma, l'arte della lentezza è un po' arte del cazzeggio, attività che adoro.

Salire a San Luca a piedi per consumare una pizza.
Ricavare, anche negli impegni più stressanti, almeno un momento (anche 2 minuti) di benessere personale (ci sono riuscito anche nei momenti più impensabili).

L'idea che si rimanda agli altri è di relax, e la migliore immagine che si ha del proprio viso è quella di un sorriso sempre a portata di mano.

Vivere con lentezza significa anche questo: sorridere una volta di più.
Provare, per credere. :-)



5 luglio 2008

Se si avvera vado a San Luca a piedi

E' un tipico detto dei bolognesi.
Andare a San Luca a piedi significa, per voto o per scommessa, o per ringraziamento alla Madonna, percorrere il porticato più lungo del mondo: è quello che collega senza interruzioni Porta Saragozza al Santuario della Madonna di San Luca, lungo circa 3,75 km e costituito da 666 archi, ciascuno contrassegnato da un numero progressivo: i primi 306, in pianura, collegano Porta Saragozza al Melocello mentre i restanti 360 sono situati nel tratto collinare che va dal Meloncello al colle della Guardia.
TUTTI IN SALITA! Nell'ultimo tratto, anche parecchio ripida.

In cima al colle c'è, oltre naturalmente al Santuario, la pizzeria Da Vito (da non confondere con la trattoria Vito frequentata da Guccini, che è in città).

Io stesso ho proposto ai miei amici di andare proprio lì, per una pizza e una birra in compagnia.
Ebbene: il caro
Carmelo ha acconsentito, ma solo a patto che ci arrivassimo A PIEDI!

ERA UNA TALE FOLLIA CHE, OVVIAMENTE, NESSUNO SE L'E' SENTITA DI CONTRADDIRLO...

Per me era la prima volta, e all'inizio l'ho presa anche da sportivo!... il portico era fitto di gente che saliva e scendeva, davvero bello.

A metà tragitto, eravamo fradici di sudore.
Verso la fine l'orribile dubbio:
e se la pizzeria fosse chiusa?
Noooo!


Insomma, la faccio breve: la pizzeria era aperta, la pizza era buona e la serata è stata carina, soprattutto dopo, in discesa :)

Ma credo che, per i prossimi due mesi almeno, la pizza me la farò portare a casa!



24 giugno 2008

Ad ognuno il suo!

Avete presente la scenetta del caffè?  Un gruppo di manager è in riunione. La segretaria chiede chi vuole il caffè, e ognuno lo chiede diverso. Così cominciano: io lo voglio stretto, io lo voglio lungo, io lo voglio macchiato, io col miele, io col latte freddo, io col latte caldo, ecc...


Ieri, con tutta la famiglia, si va a fare spesa.



Ebbene: siamo in quattro.
Indovinate quanti tipi di latte abbiamo preso?





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26 maggio 2008

Ricordo di quando ballavo tra gli angeli

Frequentando il blog di Capastuerta, ho partecipato a questo giochino,  in cui si doveva collegare uno pezzo di vita vissuta ad un film. A me è venuto in mente un episodio della mia vita dei primi anni di liceo, insieme al mio film preferito dell'epoca, il Tempo delle mele. L'episodio è uno tra i più stupidi, ma quella era un'età dove le cose si vivevano al doppio della velocità, e gli strascichi che lasciava anche il più inutile degli accadimenti erano eterni!


L'episodio riguarda una delle prime feste liceali che avevo organizzato a casa mia, un vecchio giradischi collegato a due casse e un amplificatore, patatine Pai e cocacola, non occorreva altro. Non c'erano droghe nè alcool a fiumi, e il successo della festa era direttamente proporzionale alla presenza di portoghesi. Quindi si diceva di venire solo con l'invito, ma si sperava sul passaparola.
I miei genitori chiusi in cucina col cane, noi pigiati in salotto, la mia compagna di banco, detta nutella, che pomiciava sul divano, gli altri sudati a ballare.
La porta di casa sempre aperta perchè il campanello non lo sentiva nessuno.


Ed è da lì che la vedo entrare, tra i non invitati, lei, bionda, figa che più figa non si può, alla mia festa, Angela si chiama, e infatti è un angelo.
E' Quella ragazzina talmente carina che nessuno osa avvicinarla subito (altri tempi, sì), ma tutti la studiano, perfino nutella smette un attimo il pomiciamento.
Io la avvicino in quanto padrone di casa, ma mi trema la voce.
Lei si accomoda, si mette a suo agio, dopo un po' comincia a ballare.


Ed è dopo un po' di pezzi, quando gli altri stanno già prendendo coraggio, che mi viene l'iniziativa, il colpo di genio: come quando si gioca a calcio, e il proprietario del pallone acquista il diritto di vita e di morte sugli altri giocatori, io ordino a mio fratello di togliere Billie Jean, suscitando le proteste di tutti (vitae necisque potestas!!!) e al suo posto gli porgo il 45 giri della Kool & The Gang, il mitico lento NO SHOW (colpo di stato, imporre i lenti a metà serata).
Mi avvicino a lei, e le chiedo di ballare.

Lei non rifiuta (come potrebbe, col padrone di casa), ma non si sforza neanche. Friggo per gli sguardi degli altri sui nostri corpi. La stringo con cautela, chissà si rompe, o svapora in una nuvola di fumo, come nei concerti.
Le dico che farei l'abbonamento per ballare con lei (battutona!), e quando mio fratello mette Reality di Richard Sanderson, lei mi chiede di ballare ancora, e mi sussurra: "tanto hai l'abbonamento, no?"




Ecco: il mio ricordo termina qui, eroe per una sera, ottomila generazioni di latin lover che si convogliano in me, immortale mentre ballo tra gli angeli!




2 aprile 2008

Manuale per un papà che deve accudire il suo bambino

Oggi non vado a lavorare. Devo rimanere a casa adaccudire mio figlio piccolo con l’influenza. Ciò significa che saremo io e luida soli, e dovremo cavarcela per traghettare la giornata fino alle quattro delpomeriggio, quando arriverà il fratellone da scuola a salvare lui, e la mamma asalvare me.

La giornata ha inizio. Per cavarmela meglio, hopensato di scrivere un piccolo manuale d’uso, non esaustivo, per papà chedevono accudire un bimbo di otto mesi.

 

Capitolo 1

Io e te da soli

Non è la canzone di Mina, è la realtà, la tua realtà.

Tua moglie è andata via sorridente, ti ha detto che ilbambino è autonomo e che lei, quando è con il bambino, riesce a fare un mucchiodi cose durante la mattinata.

Scoprirai che non è vero. Da quando si sveglierà, luisarà la tua appendice, non vorrà stare solo neanche un nanosecondo.

Tra poco sisveglierà, e piangerà come se gli avessero tagliato un dito.

Tutto dipende da te.

Se lo farai sorridere avrà fiducia, e fileranno lisceanche le prossime otto ore.

Se ti guarderà perplesso, se vedrai il labbroinferiore tremolare, se gli lascerai il tempo di chiedersi dov’è la mamma, esoprattutto CHI E’ QUESTO, sei fottuto, preparati a otto ore d’inferno.

 

Dopo averlo spupazzato per convincerlo che ti conosce,che sei quello lì che gira per casa, che quando dice PA-PA non intende direpappa, ma papà (che saresti tu…), è già arrivato il momento del primopannolino.

 

Capitolo 2

Il pannolino

Il pannolino si cambia per due motivi: prevenzione eriduzione del danno.

Prevenzione: il bambino gattona trascinando il bacino,quando lo prendi in braccio senti un peso innaturale, come se attaccato a luivi fosse un palloncino d’acqua. Bene. Devi cambiarlo, ha fatto tanta di quellapipì che se perdi ancora tempo ci trovi dentro un pesce rosso. Chiudi ilpannolino tra le sue linguette adesive e trattalo come un rifiuto speciale. Nonlanciarlo, potrebbe esplodere.

Riduzione del danno: va tutto bene, il bambinosorride, tu sei ottimista sul futuro. D’improvviso ti arriva al naso unsospetto di odore, qualcosa che avevi sentito ma non ricordavi più, e che maiavresti voluto risentire.

Prendilo di peso e corri al fasciatoio. Se saraifortunato (se avevi messo bene il pannolino precedente), non dovrai cominciarea raccoglierla dalla schiena.

In genere si distingue il pericolo in:

Codice bianco - poca cacca e solida

Codice verde - cacca semisolida ancora circoscrivibile

Codice giallo - cacca liquida, tendente allostraripamento

Codice rosso - abbondanti fuoriuscite dal pannolino,culetto arrossato, body marrone, bambino agitato

 

Poni il bambino sul fasciatoio.

Dicesi fasciatoio unrettangolo foderato a trenta/quaranta metri dal livello del mare.

Livello d’attenzione alto. Ti sorprenderà vedere iltuo bambino trasformarsi nel dottor Octopus, con due mani e quattro appendiciper prendere qualunque cosa si trovi nel suo raggio di azione. La lotta dellavita è questa: papà Spiderman contro bambi Octopus! Dovrai usare una mano pertogliergli il pannolino e l’altra per raccogliere tutto quello che viene giù, conuna mano unirai i piedini sollevandolo come un pollo, con l’altra lotterai perstrappargli l’oggetto che ha trovato, quasi sempre un filo collegato allacorrente elettrica (ne trovano sempre uno di cui non sospettavi l’esistenza).

Una volta lavato, dovrai utilizzare la crema all’ossidodi zinco, un nome che solo a sentirlo fa venire in mente aree bonificatedall’arrossamento. Al tatto, la crema di zinco ricorda lo stucco per i muri.Prendi una cazzuola e comincia a stuccare le parti arrossate. Dopo un po’vedrai arrossamenti dappertutto, il bambino avrà già mezzo corpo imbiancato, matu terminerai solo ad esaurimento del barattolo, perché sai che quelloche rimane indurisce e poi si può buttare, e non ti va di sprecarlo. Pulito e incremato,non resta che rimettere un pannolino nuovo. Lo prendi, lo guardi, lo studi percapire qual è il davanti; poi ti prende una strana agitazione: una sorta diconto alla rovescia immaginario ti imporrà di chiudere il pannolino nel piùbreve tempo prima che arrivi un nuovo schizzo di pipì e tu debba ripartire dazero.

A questo punto dovrai rivestirlo. Comincia un’altralotta subdola, un’altra prova: la fila dei bottoncini. Il tuo bambino, comeogni bambino al mondo, ha un vestiario dotato di almeno cinquanta bottoncini aclip. Diversi studi hanno dimostrato che è impossibile azzeccare la chiusuradel primo, quindi inizia una sorta di gioco dell’oca in cui, quasi al termine,ti tocca tornare indietro e riabbottonarli tutti. In queste fasi, il bambinosmette improvvisamente di interessarsi agli oggetti, cosi che tu potresti rilassarti e dedicartiai maledetti bottoncini. Non ti fidare! L’unico neurone che ha nella testa, gliha appena suggerito di buttarsi dal fasciatoio. Lo farà! Devi fermarlo.

Mettiil tuo corpo a chiusura dello spazio, distrailo, evitagli il contatto visivocol pavimento. Soprattutto, non ti distrarre, per nessun motivo.

Il bambino sarà considerato salvo solo alla fine, trale tue braccia.

Complimenti, puoi tornare Peter Parker,adesso!

 

Capitolo 3

La merenda

I vasetti di frutta sono quanto di più rassicurante sipossa trovare in un supermercato. Aprire un vasetto di frutta e sentire quelrumorino di sottovuoto che si infrange fa venire in mente anni di pubblicitàcon bambini sorridenti e mamme felici.

Metti il bavaglino al bambino, assicuralo nella suasdraietta con due giri di cintura di sicurezza, prendi una cucchiaiata di fruttae con ottimismo mira alla bocca.

A quel punto, succederà l’imprevisto: una manata sulcucchiaio, la frutta rimbalza dappertutto, il bambino si gira su se stesso etenta di cappottare con la sdraietta attaccata al corpo. Scopri che quellasostanza dentro il vasetto, chiamata pera, è in realtà una melassa collosacapace di autospalmarsi su ogni tessuto. Consumi un rotolo di scottex perrisanare l’ambiente. Ti togli la maglietta e la getti tra i rifiuticonsiderandola irrecuperabile, trovi una fruit bianca nell’armadio e affrontila battaglia con aria campale: o tu o la pera!

Nonostante tutto sorridi: se lui si accorgerà che seinervoso si renderà conto che non sei la mamma,  e sarà tragedia!

 

Di colpo poi, succede che ti si addormenta tra lebraccia, quando ormai avevi perso le speranze. Torna la pace e lo vedi lì, tranquillo come pochi, sereno, tra le tue braccia. E capisci perché tutto questo non è mai stato un calvario per nessuno, e capisci che raccoglieresti diecimila scottex sporchi di pera collosa, pur di passare del tempo con lui, il tuo bambino.



3 marzo 2008

La scomparsa del grande tenore Giuseppe Di Stefano

La scomparsa del tenore Di Stefano

La scomparsa del tenore Di Stefano   La scomparsa del tenore Di Stefano   La scomparsa del tenore Di Stefano   La scomparsa del tenore Di Stefano   La scomparsa del tenore Di Stefano   La scomparsa del tenore Di Stefano   La scomparsa del tenore Di Stefano

LA NOTIZIA:
Il tenore Giuseppe Di Stefano, 86 anni, è morto oggi alle 5 del mattino. Era in coma da diverso tempo. Il 3 dicembre 2004 rimase ferito durante un'aggressione nella sua casa a Mombasa, in Kenia. Ricoverato in ospedale, le sue condizioni si dimostrarono più gravi di quanto apparso in un primo momento. Quattro giorni dopo, il 7 dicembre data di apertura della stagione alla Scala, entrò in coma e il 23 dicembre venne trasportato in Italia dove però non si riprese mai più fino al decesso avvenuto oggi.
Nato a Motta S.Anastasia (provincia di Catania) il 24 luglio 1921, Di Stefano debuttò nel 1946 a Reggio Emilia e l'anno successivo alla Scala di Milano. Nel 1948 era già al Metropolitan di New York nel Rigoletto. Formò una formidabile coppia  con Maria Callas  sui palcoscenici lirici di tutto il mondo. I due avevano cantato insieme per la prima volta nel 1951 nella Traviata a San Paolo del Brasile.

IL CORDOGLIO:

Non voglio essere retorico, forse un po' lirico, nel dire che se ne è andato il più grande tenore mai esistito. Grande, immenso Di Stefano! Grande come la sua voce, di cui ha abusato da uomo generoso quale era.

La sua voce si distingue da quelle degli altri tenori, per la bellezza, per il timbro, per il calore e la forza espressiva, che rapisce ed emoziona.

Mi sono innamorato di Giuseppe Di Stefano quando ho conosciuto la lirica, ma è difficile capire se sia venuto prima l’amore per la musica lirica o quello per la voce di Di Stefano. Avevo sentito la sua Tosca, il SUO Cavaradossi.

Di Stefano era ben lontano dal tecnicismo di Pavarotti, e mentre Pavarotti ha potuto cantare fino alla fine, grazie alla sua tecnica perfetta, Di Stefano no! era sanguigno, pronto a cantare per la gioia di farlo, senza preoccuparsi di preservare il suo strumento.

L'ho incontrato nel 1993: ero in strada, a Palermo, lui terminava un concerto a cui non avevo i soldi per assistere e l'ho atteso nel foyeur del teatro, come si fa coi grandi artisti, col libretto della Tosca in mano per chiedergli l'autografo.

Il concerto aveva avuto un buon successo di pubblico, nonostante la sua voce fosse ormai tutt’altro che perfetta, e lui si fosse ritirato da tempo dalla scena lirica.

Detesto pensare a Di Stefano come al tenore che cantò con la Callas. No, Di Stefano è Di Stefano, grande coppia insieme alla Callas, per carità, ma tenore di enorme spessore già da solo.

E' come se, incontrando Julia Roberts, le chiedi com'è Richard Gere!

No! Di Stefano è Di Stefano, e nell'incontrarlo avrei avuto mille cose da dirgli o domandargli. Mi è uscito dalla bocca un soffio, troppa emozione. Lui ha capito, mi ha sorriso, mi ha tranquillizzato. Era con la moglie e con lo staff.

Per un attimo ho voluto credere che l'incontro avesse emozionato anche lui. Non ricordo proprio cosa ci siamo detti, mi ha lasciato una foto autografa personalizzata e il mio libretto d'opera, diventato un pezzo unico, un pezzo del mio cuore.


Addio Maestro.



Pubblicato su Romareporter il 04/03/2008

http://www.romareporter.it/index.php?sez=articolotuttogue&id=7743


27 febbraio 2008

Lettera a due amici che si sposano domani


C’è un immagine, che mi torna in mente più di tutte mentre penso a voi che domani sarete marito e moglie: è l’immagine di me che resto solo davanti all’altare. E’ quel momento, attimi, in cui tutti si allontanano, prendono posto, il prete è indaffarato, e io mi volto a guardare il rettangolo di luce da dove tra poco entrerà la mia sposa.
Sono emozionato, se n’è accorto pure il prete. Guardo la porta della chiesa e tutto è sospeso (se fossi morto mi passerebbero davanti le scene principali della mia vita, e invece sono vivo e vestito da sposo). E l’unica cosa che mi passa per la testa è una domanda: mi piacerà?

La domanda che, davvero! mi gira in testa è: quella donna mi piacerà? Ed è talmente pressante che non ho il tempo di capire cosa mi sto chiedendo veramente: se ne sarò capace, se riuscirò ad amarla e onorarla per tutta la vita, a condividere con lei la salute e la malattia, i momenti facili e quelli difficili, se sarò un buon marito e, forse, chissà, un buon padre per i nostri figli.

Osservo quel rettangolo di luce e mi chiedo cosa mai lo attraverserà, la mia fine o il mio inizio.
Ecco, è questa l’immagine che ho in mente pensando a voi, che domani, tra poco, sarete marito e moglie.

Ho pensato: adesso gli scrivo tutto quello che so; gli devo dire che quel patto d’amore, dopo sette anni, c’è ancora, che naviga anche contro vento. Gli devo dire che la creatura che attraversò quel rettangolo di luce per venirmi a fianco adesso è mia moglie, che è quasi tutta la mia vita, e che con lei vicino mi sento forte. Gli dirò che il legame, quel legame, può vincere tutto, anche le notizie di cento divorzi dei nostri più cari amici, e le muse che ogni giorno ci offrirebbero il loro ristoro. Ho pensato: devono sapere.

A voi due che domani sarete marito e moglie, a te che guarderai verso la luce fuori dalla chiesa, e a te che quella luce attraverserai, voglio immaginarvi così, sospesi in quell’attimo, in attesa di congiungervi per sempre.


…. E un bacio alla sposa!

MT


Nota bene: il testo contenuto nella presente è sempre protetto da copyright e non può mai essere utilizzato a meno di esplicita ed inequivoca autorizzazione da parte dell'autore.


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le stelle potrebbero essere nientemeno che semi del cielo, e in una notte far nascere fiori, uno, per ogni stella caduta. ma io pensavo, che le stelle fossero solo lacrime degli angeli, ed i girasoli, che crescessero così alti per asciugarle di nascosto, nella notte.

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