.
Annunci online

iotocco
Niente di personale, Visti & Riletti


Racconti


18 giugno 2008

Quel giorno che siamo andati a trovare il tuo passato

- Le pietre a forma di trono! Quelle pietre le ricordo! - gridò Sara.

Frenai di colpo ed accostai la Cinquecento al ciglio della strada.

- Non fermarti, va’ avanti! -

- Sissì, vado, vado. -

- No, no. Aspetta, torna, torna indietro. -

- Va bene, torno, torno. -

Riandai al trono chiedendole istruzioni con lo sguardo.

- Le pietre, guarda: mi sedevo lì da piccola, mentre il mezzadro si dissetava alla sorgente... l’acqua fresca di sorgente, che buona. -

- Che faccio allora, spengo? -

- Ma no! cammina, ti ho detto! Va’ avanti! -

Avanti ancora entrammo in una strada lunga e stretta, ai cui lati c’erano solo spighe gialle, e la percorremmo tutta fino a giungere di fronte ad un cortile, tre o quattro casolari disabitati. Sara non scendeva ancora, guardava muta ogni cosa e il suo silenzio era tutt’uno con la pace intorno; io sgranchii le gambe, stirai le braccia e gridai: era il paradiso del nulla.

Finalmente anche lei prese coraggio, aprì lo sportello e cominciò a pestare la terra; poi si spinse fino alla cascina grande e prese a tastarne le mura. Lentamente ogni frammento di granito le tornava familiare, il più sperduto angolo della masseria s’impregnava di ricordi, le viuzze dissestate si facevano memoria di corse, di piccoli amici innamorati, di voci di contadini, della cura con cui lei allevava i maialini e non si spiegava perché, quando crescevano, non li trovava più... fantasmi di cui anche a me parve di sentire il richiamo.

Aprì la porta di legno tarlato di una stalla.

- Qui c’erano le mucche - disse. Mi ci chiudevo di nascosto con Peppe, l’inventore, e facevo le ore a giocarci insieme. Lo chiamavo così perché ogni giorno scopriva qualcosa. Intagliava arnesi col coltello, ne sapeva fare d’ogni forma, e poi me li regalava. Lucio, il figlio del massaro, e Peppe finivano sempre col fare a botte per chi doveva fidanzarsi con me; poi facevano la pace e mi dicevano che dovevo pigliarli tutt’e due. Ma due erano troppi. -

- Anche uno... - sussurrai.

Uscì dalla stalla quasi di corsa.

- Io facevo il maschiaccio, ero la capobanda. Li guidavo in esplorazione tra gli alberi, sui rami grossi che davano sulle case dei contadini, per scoprire i loro segreti, che so… dalle finestre. Di sera, poi, tornavo a casa a pezzi, con la gonna rotta e le scarpe piene di fango. Mi prendevo di quelle sgridate… -

- Da chi? -

- Da uno zio, uno che stava in casa con noi. -

- Noi chi? - ma questo non ebbi il coraggio di domandarglielo.

Entrammo nella cascina grande, tutto ancora intatto, ragnatele dappertutto. Mi soffermai a sfiorare le pareti, in pietra a vista, mentre lei schiudeva le imposte quasi a fare gli onori di casa. Un fascio di luce dalla finestra scoprì una terrazza che s’affacciava sulla campagna, un mare aperto di spighe.

- Ecco - disse - io dormivo in questa stanza, la stanza del terrazzo. Il mio letto era quello a sinistra. Ci sono tre camere appena, si dormiva tutti insieme. -

Tutti chi?

- Poi c’è la cucina e la stanza della televisione. Era un vecchio TV in bianco e nero. Al giovedì ci si riuniva a vedere Rischiatutto. -

- Dai, fantastico! pure la mia famiglia! Ero innamorato perso della Ciuffini, e poi era fortissimo con tutte quelle caselle!… Ti ricordi quando Mike entrava gridando “Allegria!”?… -

- Veramente lo fa ancora. E poi la televisione ho cominciato a guardarla verso i sedici anni, con Portobello. Guardavo i fiori d’arancio, ero proprio una bambina… quanto li ho invidiati quelli lì. Vieni in terrazzo, su, che c’è il sole. -

Ora una bava di vento ci accarezzava; il momento appresso il sole vinceva la sua battaglia ed allora occorreva ripararsi dal gran caldo. Tutto era immobile, un antico regno caduto in miseria, una Cartagine distrutta dalla furia dell’oblio.

Il suo sguardo viveva momenti di operosità, poi s’impigriva sul colore di un ricordo ed io capivo che doveva ancora raccontare. Mi sedevo pacifico sul primo sasso sporgente e stavo lì ad ascoltarla, parola per parola, minuti come ore.

Sulla via del ritorno sostammo in una vecchia borgata, un cortile che s’apriva a quadrato su una chiesa diroccata, chiuso da tre casupole e una tabaccheria. Sara lo riconobbe.

Bussammo con cautela sul vetro sottile della bottega e, sul punto d’andar via, una vecchia schiuse la porta. Sara si fece timidamente avanti: - Scusi il disturbo, si ricorda di me? Sono Saretta. -

La vecchia sgranò gli occhi, poi inforcò due lenti spesse: - Saretta!... che grande che sei... Entra.-

- Tuo zio non viene più a trovarmi, da tanto. -

- Hanno venduto la terra, proprio da tanto ormai. -

- E tu, che ci fai qui? -

Sara mi guardò e sorrise: - Avevo voglia di tornare... -

- ... ed il tuo fidanzato ti ha accompagnata. Bravi, me ne compiaccio. -

Prima di salire in macchina volsi lo sguardo ai campi, l’ultima volta. I contadini tornavano a casa stremati da una giornata di lavoro, i campi solcati a dovere conservavano geometrie perfette per il giorno dopo. Un albero in una macchia gialla, pietre su pietre a delimitare le proprietà. Le finestre delle case cominciavano ad accendersi e la vita si trasferiva lì, nell’intimo delle famiglie.

Sara m’abbracciò da dietro e mi strinse forte, in silenzio.

- Restiamo soli questa sera - sussurrò - ne ho bisogno. E’ stato bello quello che hai fatto per me.-

- Anche quello che hai fatto tu, Saretta. -

- Scemo. -


Se solo sapessi dirtelo, Sara, quanto sono stato felice.

Nota bene: il testo contenuto nella presente è sempre protetto da copyright e non può mai essere utilizzato a meno di esplicita ed inequivoca autorizzazione da parte dell'autore.


5 maggio 2008

Occhi d’un nero intenso

Occhi d’un nero intenso...

Erano quelli dell’attrice, non ricordo il nome, non quelli dolci da Tempo delle mele, piuttosto quelli grintosi di Flashdance, quelli da pantera, da ce la farò.
Sophie Marceau, la prima cotta cinematografica. No, piuttosto Jennifer Beals, con lo sguardo aggressivo e i riccioli in disordine. La vita stretta da ballerina mancata e un’energia speciale dentro.
Flashdance l’ho visto quattro volte, in quel cinema che prima era un teatro, lo stesso dove ho visto il primo film da adulto, senza genitori, I Barbapapà, mi pare.
Per il cinema ho sempre avuto passione, ancora non capisco perché mia zia Lina se la prendesse tanto per il fatto che c’era un teatro in meno.
- Mbe’?… adesso c’è un cinema in più - le rispondevo. E lei s’incazzava.
Ma alla fine la rispettavo, anche quando diceva che il teatro è d’un altro livello, con l’alterigia di chi sa di capirne di più.
- Ti mancano le basi, che vuoi farci?… colpa di tua madre. -
Da bambino, in effetti, sono state rare le occasioni in cui frequentare un teatro.
Quelle poche volte andavo con zia Lina, che era abbonata e s’intestardiva con mia madre perché a suo parere se le persone andassero a teatro fin da piccole il mondo funzionerebbe meglio.
Per la verità, a mia madre andava pure bene che mi togliessi di torno per tre ore, che così poteva dare lo straccio per terra e magari la cera. Ma quello che non andava giù a zia Lina era che potessi seguirla solo per scomparire un pomeriggio intero da casa.
- Sì, per favore, portatelo in giro così mi faccio il corridoio -
- Guarda che me lo porto a teatro - rispondeva zia Lina, sottolineando la necessità dell’evento.
- Meglio! Posso fare magari salotto, cucina e camera da letto! -
Così, a forza di cera sui pavimenti mi sono fatto una cultura.
Dello spettacolo poi non è che me n’importasse, a otto anni: seguivo male la storia, non capivo i dialoghi, non m’appassionavo ai personaggi.
L’unica cosa che mi piaceva era l’inizio; mi cullavo nel brusio di sottofondo prodotto alle mie spalle (zia Lina aveva la prima fila) e mi divertiva aspettare il suono della prima campanella, quando ogni rumore sarebbe cessato di colpo per poi riprendere in crescendo.
Alla seconda campanella mi voltavo. La cosa che m’affascinava di più era osservare come tutti gli spettatori fossero ancora distanti dai posti assegnati con una logica quasi matematica. Il signore sudaticcio in giacca e cravatta dietro di me doveva raggiungere nientemeno che i palchi, e diceva all’amico con la pipa di non preoccuparsi, che ancora c’è tempo. Poi lanciava benedizioni papali a una decina di persone ad ogni angolo della sala, come a dire “tra un po’ ci vediamo su”.
Alla terza campana si scatenavano gli avvoltoi della poltrona libera, quelli che avevano il posto in galleria e pregavano perché il commendatore Arena non venisse. “Quella è la sua poltrona, di solito è puntuale, vuoi vedere che non ha trovato parcheggio?”
Zia Lina m’insegnava a riconoscerli già dalla prima campana: - Guardali; tutti fermi ai lati della sala, aria circospetta, viso paonazzo. -
Ci azzeccava sempre.
La cosa che mi meravigliava era vedere come, con tutto quel casino di posti da conquistare, file intere occupate da una persona sola (“Guardi che chiamo la maschera. Questa è storia d’ogni volta!”), gente che andava, veniva, salutava, rideva, vociava, rimproverava, correva, quattro minuti dopo il suono della terza campana tutto questo era miracolosamente un ricordo. C’ero rimasto io, con quel tendone rosso porpora davanti, con quelle due parti austere e magiche che al via di non so quale forza misteriosa si sarebbero aperte per catapultarmi in una storia non mia, tutta nuova, bella o brutta non importava in quel momento, perché quello era il momento in cui io, solo io, stavo entrando nella favola segreta: era il momento in cui s’apriva il sipario.




Nota bene: il testo contenuto nella presente è sempre protetto da copyright e non può mai essere utilizzato a meno di esplicita ed inequivoca autorizzazione da parte dell'autore.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura racconto teatro iotocco sipario

permalink | inviato da ioTocco il 5/5/2008 alle 8:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


12 marzo 2008

Dal fronte


Oggi c’è un sole che invita.
Abbiamo deciso di fare una gita, io e Vicè, come ai vecchi tempi.
Solo che ci siamo subito ricordati, io e Vicè, di non avere mai fatto gite, o forse appena una buona in trent’anni. E per quanto oggi avessimo stabilito di spingerci lontano, siamo arrivati solo a Porticello, che è a mezz’ora da Palermo.
Rieccoci coi nostri limiti: quelli del nord, i continentali, sono più abituati alle distanze, non c’è niente da fare.
Però Porticello posto di mare è, e il sole oggi ne incornicia ogni angolo. Tutto sommato va bene qui.
Gli devo fare leggere una montagna di roba e un altro tanto gliene devo raccontare; io e Vicè non ci vediamo da due mesi.
Lui metterà in scena uno spettacolo al teatro Garibaldi (quello resuscitato dalle bombe e dai furti alla Magione) e ha bisogno di una rete da lampara per allestire la scenografia.
Ma come viene viene, scendiamo dalla macchina e ci troviamo davanti il villaggio dei pescatori, e i pescherecci, e il sole che luccica sul mare e questa massa immobile e sempre in movimento, che alla fine mi viene un’illuminazione: Vicè, fottiamocene di tutto, arte e teatro, e andiamo in trattoria a farci una mangiata di pesce.
Ci accomodiamo da ZA MARIA, CA CU S’ASSITTA S’ARRICRIA e ordiniamo un frittomisto calamari e gamberi annaffiato da un bianco d’Alcamo. Poi ci lasciamo tentare da un’insalata di mare (taliasse ‘stu purpu, have l’occhi azzurri) e dalle seppioline affogate.
E davanti a me, al tavolo di fronte, c’è un tizio che mangia ch’è un piacere, solo, Rajban scuri, intorno portate d’ogni tipo e natura. E mentre mangia, si dimentica del mondo.
Vicè! Potrebbe essere lui, Salvo Montalbano di Vigàta, in trattoria.
Solo chi ha letto e sa, potrebbe capirmi. E Vicè non ha letto e non sa, non mi capisce, anche se ci tenta.
Il conto però: di quello Camilleri non ha mai scritto. Sessantacinquemila lire, e tanto meglio non pensarci più. Anche perché è ora di darci da fare.
Dopo la sigaretta digestiva, Vicè si avvicina a un uomo su una lapa. Vicè chiede all’uomo sulla lapa se lui per caso, essendo che è pescatore, non è conto che abbia con sé un pezzo di lampara o di tramaglio da darci, previo pagamento. Non ci comprende, e poi lui il pesce lo vende soltanto.
Gli dico: Vicè, più deciso devi essere, sei un direttore artistico, un impresario!
Individuiamo un gruppo di uomini vestiti alla pescatora, che rammendano le reti. Vicè parte con passo rapido e sicuro e gli si para davanti.
A parte il fatto che questi sembrano incazzati già così. Ma poi te li vedi tirare le fila di questa massa di rete di cui non s’intuisce né l’inizio né la fine, e invece loro ne indovinano ogni buco pirtuso, e sembra che, se li distrai anche solo per un attimo, poi non ci si raccapezzeranno più.
Picciotti. Che si dice? Mi sirbisse n’anticchia di ‘sta rete… e io penso: Vicè, non così, così è troppo!
…Pi ‘na cosa di tiatru.
Uno di loro, il più scuro, a quella parola si scioglie come un ascaretto al sole. Teatro! Guarda il mio amico dalla sigaretta ad angolo bocca, poi mira a due ragazzini lì accanto e dispone, secco: Carusi, ‘iti a grapiri ‘u magasènu.
Alla fine, in macchina con noi ci sale magari lui a grapiri ‘u magasènu, e tra me e me penso che con questi due teatranti è un modo come un altro per arrotondare la giornata.
Tempo fa, dovendo descrivere il protagonista del mio nuovo racconto, scrivevo: “sguardo mobile, viso corrotto dal sole”, e mi chiedevo poi se corrotto non fosse una parola troppo forte per indicare uno che col sole ci sta a tu per tu.
Non lo è. Se adesso dovessi descrivere l’uomo seduto dietro di noi, direi: viso corrotto dal sole. Ma a proposito dello sguardo? Il suo è cupo, non ci si entra.
Vicè, preso com’è dalla sua parte d’impresario del Teatro Garibardi di Palermo, promette biglietti gratis a tutti (Vicè, ma lo spettacolo non è gratuito a prescindere?). Io, per attaccare discorso, provo a buttare lì una domanda, gli chiedo se non occorre una santa pazienza a trafficare con quelle reti. Il suo sguardo stracancia, un attimo è fierezza, l’attimo dopo si fa cielo terso. Non so fermare in un’unica immagine questi due occhi di bestia sirbaggia, un po’ film neorealista e un po’ cartone animato.
Arrivati al magazzino, l’uomo afferra una massa di rete e ci fa segno di caricarcela. Io e Vicè ci guardiamo come a chiederci: ma quanto ci viene a costare? e l’impresario fa capire all’uomo che non è che poi dobbiamo addobbare l’intero teatro. Ce ne basta un metro o due.
Questa è rete di lampara, non s’infradicia, ci spiega l’uomo dopo averla caricata in macchina e, quando Vicè gli chiede, con voce cantilenante forte e decisa: Allora, quant’è per il disturbo? lui mette su la maschera del siciliano offeso e amareggiato perché non ti sei accorto che di regalo si trattava. Poi m’offre un cafè, risponde.
Al ritorno gli chiedo di parlarmi del suo lavoro.
Lei nel mare non ci può entrare. Non ci capisce nenti. E come dargli torto: cosa sua è, cosa sua rimane. Io del mare in fondo non so nulla, io cittadino col mare a telecomando.
Il caffè, alla fine, quasi dobbiamo pregarlo per offrirglielo. Vicè, impresario dal cuore tenero, ripete al gruppo: E allora, vi aspetto tutti, per voi è gratis! (aridaglie Vicè) e poi li salutiamo.
Uno, distratto, chiede all’altro accanto: Ma zocc’hannu a fari cu ‘sta rete?, e l’altro lo sento rispondere: U tiatru, con un’inconfondibile punta d’orgoglio che per me significa “e noi li abbiamo aiutati”.
Ma che ne sanno loro dell’arte, loro che solo mare vedono? Ne sanno, ne sanno.
E noi? Muti come due pesci, da Porticello fino a Palermo.
Come sempre dovrò rinviare i miei due mesi di novità. Io e Vicè, alla fine, non ci siamo detti niente, e ora gli dovrò pure raccontare di quella volta, quei pescatori.


1 marzo 2008

A dieci anni andavo a messa la domenica

A dieci anni, mi ricordo, andavo a messa la domenica, mi sedevo davanti a tutti e m’appassionavo alle prediche. C’era un prete con due lenti spesse, un paio d’occhiali con la cornice nera, grossa come le parole che diceva.
Era sempre incazzato, anche quando leggeva il Vangelo.
Cioè, non che ce l’avesse con qualcuno… erano le sopracciglia a dargli quel piglio tetro, così folte e nere.
Una domenica cominciai a fissarmi sul suo sguardo: le sopracciglia gli facevano su e giù, a ritmo. Ad ogni paternale affondavano dietro la cornice degli occhiali e poi riemergevano, e io osservavo questa linea nera che compariva e scompariva di continuo. Da quel giorno non sono più riuscito ad ascoltare una parola di quelle prediche, al punto che alla fine mi sono chiesto che ci andavo a fare.
La Messa la conoscevo già…


25 febbraio 2008

Corrispondenze

Gentile signor T,

Stamani si è stabilito tra noi un accordo di reciproco piacere fondato su uno scambio di epistole. Benché Lei abbia mostrato una non piena convinzione per la suddetta sperimentazione, io La invito a rifletterci su.
Credo che un periodo di solitudine sia necessario per capire che cosa si prova. Ho trascorso un imprecisato numero di giorni, tra il dicembre 2001 e il marzo 2002, da sola nonostante un certo numero di presenze maschili qualitativamente significative (gli amici francesi, Lele, Edoardo, Cristiano) e diverse relazioni amicali molto importanti.
Ho ripreso i colloqui dallo psicologo e da sola ho concluso il tirocinio, mi sono preparata all’abilitazione, alle partenze, al lavoro con l’associazione, alla depressione settembre/dicembre, ai percorsi in treno paese-città, ai sogni su Lele, eccetera.
Da sola e in compagnia di quanti ho già citato, ho costruito la dottoressa L, quella donna che Lei doveva incontrare a marzo, Lei, signor T.
Una donna che dimostra più della sua età, che sembra sicura di sé e delle proprie mosse, perché non guarda in faccia le persone.
Non avevo mai sentito/pensato che qualcuno potesse avere bisogno di sentirsi amato da me, che si potesse sentire ferito dalla mia presunta indifferenza, intimorito dalla mia persona. Queste cose le ho comprese col tempo e, compiutamente, solo in questi ultimi anni.
E Lei, signor T? Lei che è invece profondamente capace di fare sentire una donna amata, si rende conto del potere che ha? Soprattutto se non si sente emotivamente toccato.
Lei voleva sentirsi amato dalla dottoressa L? Voleva sentirsi PIÙ amato? Voleva insediarsi totalmente nella sua “no man’s land”? La dottoressa L non ha capito che cosa fosse quella richiesta di appagamento insaziabile, forse ha temuto di sentirsene divorata.
Perché ha voluto un appuntamento?
Perché e come pensava che il suo DISTACCO EMOTIVO potesse mutare?
E se qualcosa fosse realmente cambiato. Avrebbe temuto di rimanerne distrutto?
Ha mai riflettuto piuttosto sul rischio di poter distruggere?
Lei, signor T, afferma di aver sempre amato le persone che ha incontrato (e lasciato, aggiungo). Ma come si rinuncia a qualcuno che ha delle qualità o caratteristiche che amiamo?
Come si accetta che quell’individuo che ci ha fatto ballare, ridere, piangere, godere, morire, possa poi non amarci più? Come si può, a freddo, incontrare di nuovo quegli occhi brillanti, che ci fecero sentire così speciali, e lasciarci poi sezionare da uno sguardo ormai indifferente e appassito? No signor T, non credo che Lei si sottoporrebbe mai a un simile supplizio.
“Avevo questa immagine di un uomo tagliato in due ed ho pensato che questo tema dell’uomo tagliato in due, dell’uomo dimezzato fosse un tema significativo, avesse un significato contemporaneo…”
Tutta intera, la dottoressa L era troppo o mai abbastanza. Che cosa non andava bene, cos’altro avrebbe voluto? Forse quello che io non ero, non sono, non provo, non mostro.
Il mio saluto, il tuo voltarti indietro. Ma tu, signor T, li dietro non hai trovato niente, e non è colpa di nessuno. Quale soluzione adesso? Che cosa c’è più, per noi due?
Ma eravamo proprio io e te a passeggiare la sera, io e te abbracciati, eri tu che volevi me?
Arrivederci, signor T.
Tua E.L.



MT


Nota bene: il testo contenuto nella presente è sempre protetto da copyright e non può mai essere utilizzato a meno di esplicita ed inequivoca autorizzazione da parte dell'autore.


21 febbraio 2008

Un fiore di dalia - (favola)

Un seme di dalia aveva cominciato a germogliare sul campo di un contadino.

Era un terreno interamente coltivato a grano, e il contadino di quel grano aveva sempre vissuto. Ma la pianta pian piano cresceva ed in cuor suo il contadino ne era felice, osservava ogni giorno lo stelo diventare lungo e rigido, dapprima con curiosità, poi con sempre maggiore affezione.
Era una pianta verde in una totalità di giallo, invisibile ai più, ma non al contadino. Non notava il grano biondo intorno, vedeva solo quanto grande, bello e rosso fosse diventato il suo fiore di dalia.
La stagione della mietitura era vicina, finalmente avrebbe ricavato il suo utile, ma avrebbe dovuto mietere anche la dalia, il mietitrebbia non l’avrebbe distinta, gli sarebbe stato impossibile salvarla.
Il contadino ci pensava ogni ora del giorno tanto che, alla sera, si sentì stanco e non fu più contento. In cuor suo la dalia lo aveva reso felice, ma adesso la vedeva solo come una macchia di rosso che sporcava il suo campo d’oro. Allora prese la vanga e estirpò la dalia con la sua radice.
Ci mise perizia, fece un buon lavoro, il campo riprese il proprio colore uniforme.
Posò la vanga sul terreno, guardò la dalia senza più luce né nutrimento, e si disse che avrebbe potuto metterla in un vaso, ma l’avrebbe vista appassire, che avrebbe potuto lasciarla lì e dimenticarla, ma prima o dopo da lì sarebbe dovuto passare.
Non seppe cosa fare.
Decise infine di gettarla tra gli scarti. La prese in mano, ma così, ancora bella, sembrava viva. Non riusciva ad avviarsi, la guardò un’altra volta, poi si disse: mio Dio cosa ho fatto!


MT 2007



Nota bene: il testo contenuto nella presente è sempre protetto da copyright e non può mai essere utilizzato a meno di esplicita ed inequivoca autorizzazione da parte dell'autore.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. favola un fiore di dalia

permalink | inviato da ioTocco il 21/2/2008 alle 0:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


15 febbraio 2008

Notte in bianco

Alle sette e dieci ti ho osservata ancora una volta e ho capito che era tutto giusto. Tutto giusto così.
La città s’è svegliata con me, sta ancora sbadigliando gravida di sopore, amaro in bocca. E’ diversa la città da un piano attico, è adulta, emancipata.
Ti ho preparato il caffè, uno di zucchero, e sono rimasto qualche minuto con la tazzina in mano, qualche attimo di sonno in più per te.
Ma la prima luce t’avrà già scoperta, come ha scoperto me che annaspo tra le ultime ore a disposizione; non c’è più niente che possa fare.
Era stato alle tre e un quarto: ti avevo fatto ancora una domanda che già dormivi, il tuo corpo era lì per me, luce accesa e timide carezze che ti cullavano i sogni, ma io non lo sapevo.
Volevo guardarti, solo guardarti.
Alle tre e ventuno ti ho spogliata. Pensavo non ne avessi voglia, o volessi concederti poco a poco, farmi cuocere lento, giocare col mio pudore, sputtanare quella paura che ho chiamato discrezione. Io invece dovevo guardarti, solo guardarti.
Non è bello il tuo corpo, no.
E’ il punto di confluenza di desideri e debolezze, un crogiolo di passioni e titubanza, è candore, il tuo, quando le gambe serrate non cedevano allo scorrere delle dita, è virilità, potenza piena, quando solo due sere prima ti eri data del tutto al mio sguardo, ed io non lo sapevo, non ero pronto. Cazzo!… non ero pronto a riceverti così. E la cosa che volevo con tutto me stesso era star lì a spiarti, ad impararti a memoria per tutto il tempo, se mai tempo ce ne fosse stato, e la prima cosa che ti ho chiesto era di spegnere la luce per confonderti, perché per me sei troppo, per me sei troppo ed io non sono bravo! Devo dimenarmi, prenderti a tratti, perché potresti travolgermi con quel tutto fatto di desideri e debolezze, di piombo e zucchero filato, fatto di troppe cose che dovrei esplorarti di continuo per coglierti intera!
E intera non ti si può cogliere.
Devo trattenere il fiato.
Così, alle quattro e dodici ho spento la luce. Avevi bisogno di riposare, domani si lavora, ed ho provato a riposarti accanto, in silenzio.
Ti sei girata, mi hai abbracciato.
Alle quattro e tredici il tuo odore mi ha invaso ogni spazio, occluso ogni poro. Un odore acre, di pelle appesantita dal sonno. Un odore… troppo.
Non facevo che voltarmi di continuo, gli occhi sgranati e mille pensieri appiccicati addosso, mille gocce di pioggia sottile, poi grandine secca a sommergermi, poi neve ad isolarmi, imprigionarmi di pensieri.
E pensieri… e pensieri.
Ho dovuto trattenere il fiato.
Alle quattro e quaranta mi sono alzato. Quel letto, da solo, sarebbe stato più capace di me.
Ho acceso una sigaretta, l’ho spenta, mi sono rannicchiato sul divano ad aspettare il giorno ed ho ringraziato Dio perché ti avrei preparato il caffè, uno di zucchero.
No, forse non sei di più, è solo bellezza a coprirti stanotte. Ma tra poco la luce ti scoprirà, non posso oppormi.
Non posso farci niente.
Finalmente mi sento protetto. In fondo è bastato starti lontano appena un po’, appena appena. Ma qui tutto parla di te… le maschere di cuoio appese alle pareti, gli scarabocchi nei fogli sul tavolo, la foto di tua madre a cavallo. Qui tutto grida! …di te.
Bella donna tua madre, non sembra vecchia.
Penso alla mia, alla madre di Nino: sono l’essenza della madre, sono madri essenziali, anziane, usate, basse e materne, madri insomma.
Ma tu, neanche una madre normale ti sei permessa?
Se tra queste carte ci fosse un indizio… qualcosa ancora.
Alle sei e un quarto la città comincia a svegliarsi e mi sveglio anch’io, di colpo. Forse ho dormito. Devo aver dormito, perché erano le cinque e venticinque…
Ti sei accorta che non ci sono, che non ti sto più accanto? E queste maschere che mi ridono sopra, e questa poltroncina Art Nouveau che non mi sa contenere.
Le sei e cinquanta: i miei sensi riprendono a funzionare. E’ un miracolo del cielo che ci si risvegli e tutto è come prima.
Vorrei entrare, la luce avrà fatto il suo dovere, magari ti trovo sveglia.
Sfoglio un libro, frugo tra le carte sul tavolo, un indizio, mi basterebbe trovare qualcosa, un particolare soltanto.
Il sole ridisegna i contorni delle case, sento il bar che apre, il movimento degli spazzini, il mare. La macchinetta del caffè.
E’ ancora presto, ma lo farò adesso. Magari ti sveglio con la scusa del caffè pronto. Poi, proverò anche a poggiare le labbra sulle tue, chissà che sapore ha il sonno.
Il caffè è uscito, sono le sette meno dieci ormai. Lo verso nelle tazze, ho fatto casino porcaeva! se ti svegli prima del mio bacio m’impicco.
La tazzina gialla è più piena, ma il caffè della verde è meno acquadipolpo. Evatroia!… l’ho versato per terra, che idiota! se mi vedesse Nino, con quella fissazione della mano che mi trema.
Bevo il mio, tazza gialla, così ne porto uno solo. Azione! Azione azione!! giuro che ti sveglio, giuro che ti salto addosso, giuro che ho voglia di fare l’amore con te, giuro che a lavoro oggi non ci vai, giuro che
Alle sette eri bellissima ed io lì davanti con la tazzina in mano, uno di zucchero.
Forse dovrò trattenere un po’ il fiato, appena appena.
Alle sette e sette ho poggiato la tazzina ai piedi del letto, il tuo caffè è appena tiepido ormai, mi dispiace.
Tu dormi ancora, ma è già ora, lo so.
Alle sette e dieci ti ho guardata per l’ultima volta ed ho capito che è tutto giusto. Tutto giusto così.


MT


Nota bene: il testo contenuto nella presente è sempre protetto da copyright e non può mai essere utilizzato a meno di esplicita ed inequivoca autorizzazione da parte dell'autore.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. notte in bianco

permalink | inviato da ioTocco il 15/2/2008 alle 7:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa


1 febbraio 2008

Se i ventenni (6 ventenni) parlano di equilibrio

Una grande sala, pareti scrostate.

Un gruppo rock suona dal vivo, musica ad alto volume. Assi di legno in equilibrio tra panche gremite, pochi camerieri si affannano intorno ai tavoli.

Vito (a Livio) - …il pedone può fare una mossa, la regina un’altra, la torre un’altra ancora e via discorrendo, ma solo il cavallo fa il salto, solo quello. Hai capito?
Margherita - Questi sono bei discorsi, Vito mio, ma noi parlavamo di altro, capisci? Di equilibrio parlavamo, di equilibrio nella vita, e la vita, tu m’insegni, è cosa diversa dagli scacchi.
Vito - Stavate parlando di equilibrio, no?
Margherita - Sì!
Vito - E perché, io di che spacchio parlo?!
Pippo (s’inserisce) - Di che parlate qui?
Vito - Di ‘sta minchia!… mmm… lasciami stare, va’!
Lascia il tavolo.
Pippo - Ma ch’è… nervoso?
Margherita - Non farci caso, parlavamo giusto di quello che manca a lui.
Livio - Di equilibrio parlavamo. Cioè: Margherita mi chiedeva cos’è l’equilibrio, ed io le rispondevo…
Pippo (a Margherita) - Perché?… per te cos’è l’equilibrio.
Livio - …le rispondevo appunto che…
Margherita - Per me l’equilibrio è la possibilità di dare il giusto peso alle cose…
Livio - …che l’equilibrio per me è soprattutto…
Margherita - …non avere perciò una cosa particolare da inseguire o da combattere…
Livio - … è soprattutto, dicevo, un bilanciamento esatto tra pulsioni…
Pippo - Distacco emotivo, allora.
Margherita - Sì, in qualche modo. E per te?
Livio - …tra pulsioni opposte… e vaffanculo allora!
Livio lascia il tavolo.
Pippo - Ma che, hanno tutti il nervoso oggi?
Simone (a Pippo) - Che è, che succede?
Pippo - Ma niente succede! Margherita mi chiedeva cos’è l’equilibrio ed io le rispondevo…
Simone (a Margherita) - Ah, ch’è forte! Io l’equilibrio lo vedo come una serie di rinunce.
Pippo - …le dicevo che l’equilibrio sta…
Margherita - Una serie di rinunce?
Pippo - …sta in… l’equilibrio sta in…
Simone - Una serie di rinunce che ognuno fa per avere qualcosa in cambio.
Margherita - Ho capito: equilibrio al prezzo di rinuncia!
Pippo - Bravi, va’! Continuate voi allora!
Pippo lascia il tavolo.
Nico (s’avvicina) - Ma dove vai, Pippo! Vieni qua… (a Simone) Lo vedi? Non fa altro che sfuggirmi!


MT

Nota bene: il testo contenuto nella presente è sempre protetto da copyright e non può mai essere utilizzato a meno di esplicita ed inequivoca autorizzazione da parte dell'autore.




permalink | inviato da ioTocco il 1/2/2008 alle 18:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


1 febbraio 2008

Se i ventenni (6 ventenni) discutono di paternità e maternità

Salotto in casa di Margherita.

Pippo - E’ quasi pronto.
In coro, tutti - Chiudi la porta!
Simone - Entra tutto il fumo, cazzo!
Pippo chiude la porta.
Marietta - Io non l’ho questo istinto di maternità di cui parlate tanto.
Nico - Ancora è presto.
Marietta - A ventun anni può essere presto come no. Ma io proprio non mi ci vedo con un figlio.
Simone - E mica è obbligatorio! Io un figlio lo voglio, ma non è obbligatorio.
Pietro - Lo vuoi o non lo vuoi?
Simone - Lo voglio, ma non per forza.
Pietro - Allora non lo vuoi.
Simone - Non lo voglio, come dici tu!
Stefania - Vi siete chiesti piuttosto perché si vuole un figlio?
Pietro - Questo discorso è assurdo.
Livio (sguardo interessato e presente) - Non capite cosa Stefania voleva dirci. Secondo me...
Nico - Perché dici “non capite” se io ho capito?
Stefania - Dai Nico, smettila! Perché si vuole un figlio? Lo vedete che nessuno sa rispondere…
Vito - Per trasmettere qualcosa di se stessi.
Margherita - Sembra di sentire parlare i nostri genitori; vogliono che i loro figli facciano solo quello che non sono riusciti a fare loro.
Vito - E non è bello? Non è bello che mio padre si aspetti questo da me?
Pietro - Dipende da cosa voleva fare tuo padre.
Vito - L’astronauta!… Certo che sei proprio coglione.
Simone - Secondo me, i figli si fanno per comandare almeno su qualcuno.
Pippo (schiude timidamente la porta) - A tavola...
Tutti - Chiudi quella porta, cazzo!


MT

Nota bene: il testo contenuto nella presente è sempre protetto da copyright e non può mai essere utilizzato a meno di esplicita ed inequivoca autorizzazione da parte dell'autore.




permalink | inviato da ioTocco il 1/2/2008 alle 12:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


24 gennaio 2008

Opzione


Attendere …
(Nuovo 1/1)
CAMEL 07/03/2001 09:05
Visualizza.

Sto a lezione di Penale con la batteria del cell scarica - devo dirti una cosa import. io e Nic ci separiamo, deciso - Camilla.
Di Camilla ho una lettera, 1990 o giù di lì. La tengo in un cassetto, sgualcita, nove o dieci righe, ha sempre scritto poco. Poi, credo, una cartolina da Istanbul, viaggio di nozze, estate ’91. Mi diverto un mondo, ogni tanto ti penso. Baci.
Opzione.
Cancella Rispondi Chiamata vocale
Selez. Rispondi.

Cam, sono in autosole, verso BO. Cambio direzione e torno a RM - 1 ora circa vengo a prenderti - se vuoi.
Tanto non vuole, non ha mai voluto. E non capisco perché l’acceleratore debba rilasciarsi sotto al piede. Di Camilla ho una lettera sgualcita, Dio sa quante volte l’ho letta, e toccata, ho tenuto il foglio tra le dita per sentirla amica. Per sentirla solo amica.
Attendere …
(Nuovo 1/2)
CAMEL 07/03/2001 09:09
Visualizza.

Il mio cell. è quasi out - ovvio non venire. Ciao - Camilla.
Rallento ancora, cazzo, ma perché? E se mentre rallento sbatto contro un SMS, non mi faccio niente, è solo memoria volante. Mi fermo in autogrill, alla Flaminia. Depurarsi, fare pipì, scaricare tossine sul fondo di una tazza di un cesso qualsiasi in una qualunque parte del mondo. Tirare l’acqua e non averci più niente a che fare, le mie tossine in una fogna qualsiasi verso un qualunque fiume a finire dentro al mare e diventare parte del mondo, evaporare, poi piovere, disperdersi nell’universo. Dimenticare.
Caffè. Tossine nuove, fresche di giornata. Mi sgranchisco un po’ e guardo i CD al market, non ho fretta.
Di Camilla c’è una foto un po’ sbiadita, io con mia moglie, lei con il suo cane. Il nostro incontro, aveva lasciato gli studi, l’ho convinta a non mollare, li ha ripresi, siamo diventati amici. Io ho lasciato mia moglie, lei ha trovato marito. Inseguirsi, sfiorarla. Camilla passa a fianco e mi sorpassa, veloce e invisibile, tutti i giorni di una vita. E se adesso si separa, adesso che vado via, è solo un fatto virtuale, se cancello non c’è più.
Attendere …
(Nuovo 1/3)
CAMEL 07/03/2001 09:19
Visualizza.

Voglio stare sola - novità: forse c'è un altro, ma non so se avrò le forze. Comunque sei l'unico che lo sa, abbi cura di te a pres
Inseguirla, sfiorarla. Salgo in macchina e giro la chiave. Il mio piede pesta a fondo l’acceleratore. Esco dalla piazzola dell’autogrill, ancora un cedimento. Uscita a Orte, voltare e tornare indietro, indietro, indietro. Metto la freccia, ma è un momento. Non le darò il mio nuovo recapito, per sentirla mi basta il telefonino: Menu - Servizi - Messaggi brevi - Selez. - Leggi tutti i messaggi - Selez. - Attendere… - (Ricevuto 1/3) - CAMEL - Visualizza - Opzione.
Cancella - Sì - Cancellazione messaggio. Bologna è a trecento chilometri, se non perdo tempo in tre ore ce la faccio.


MT

Nota bene: il testo contenuto nella presente è sempre protetto da copyright e non può mai essere utilizzato a meno di esplicita ed inequivoca autorizzazione da parte dell'autore.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. racconto

permalink | inviato da ioTocco il 24/1/2008 alle 22:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


13 gennaio 2008

Esequie

Esequie

Camicia rossa e blu in panno, a quadrettoni; del tutto simile al plaid che copre mio nonno fino al naso. Uno accanto all’altro, lui immobile, io preoccupato. Mia madre, tutto un va e vieni dalla camera da letto al salotto, una camicia da notte per lei, la borsa per l’ospedale già pronta.
Telefono che squilla. Faccio per alzarmi ma lei mi blocca, la consegna è di non perderlo di vista.
Sì, via Narbone, da Corso Finocchiaro Aprile la seconda a sinistra. Mio padre fornisce dettagli minuziosi al centodiciotto. Ma quanto ci mettono ad arrivare, ripete mia madre. Mio nonno è lì, sembra di cera, gli poggio la mano sulla fronte, non so che fare. Vorrei andare via da casa, andare in riva al mare, con un’aria meno cupa. Vorrei Sara, ma non posso chiamarla, il telefono deve restare libero.
Elvira, sono qui. La voce sommessa di mio padre mi tranquillizza, sono arrivati, tra poco sarà tutto finito. Un portantino e un’infermiera, alle estremità opposte di una barella, non salutano neanche, mio nonno è un peso morto portato via a braccia per le scale, poi dentro l’ambulanza, poi via a sirene spiegate verso il Civico. Noi tre dietro, guida mio padre.
Al volante, mio padre non è una scheggia, non riesce a stare dietro all’ambulanza, se la perde al primo incrocio. Tengo stretta in mano una scheda telefonica, la mano mi suda. Devo chiamare Sara al più presto, appena possibile.
Ci attendono per l’accettazione. Una donna in camice domanda a mia madre cos’è accaduto. Mi ha chiamato, stanotte, che si sentiva poco bene, lui dorme nella camera accanto alla nostra. Le tremano gli angoli della bocca mentre parla, mio padre interviene: Si è alzato per andare in bagno ed è caduto. Non si è più mosso. Mio padre interviene sempre su mia madre, per soccorrerla sembrerebbe.
Mi allontano per telefonare, dico, ma mia madre mi riprende. Dove vai? domanda, l’hanno trasferito a rianimazione, da solo non ti fanno entrare. Ho mal di testa, sarà stupido ma mi vergogno a chiedere un’aspirina. Non credo che troverò mai qualcuno con un’aspirina qui. Sara, devo sentirla.

Via Narbone sembra improvvisamente deserta a guardarla dal balcone del salotto. Ma è un inganno, mio nonno non scendeva a passeggiarvi già da un pezzo. Al posto suo, una processione di signore in nero; dalle macchine, infilano tutte il portone semichiuso del palazzo.
Intrattengo gli ospiti, ogni tanto guardo la bara aperta come fosse un mobile nuovo della stanza, poi sposto lo sguardo sulla poltrona dove è seduta mia madre, a lutto, il volto segnato. Mio padre è in trattativa con l’agenzia, deve decidere un mucchio di cose, cosa scrivere sul necrologio, quanti bigliettini di ringraziamento fare stampare.
La veglia notturna è interminabile, noi tre sul divano di fronte alla bara aperta, il naso di cera di mio nonno che affaccia appena dal bordo di legno, il caffè nel bricco a portata di mano, l’odore forte e persistente dei fiori che non diventeranno mai opere di bene. Sì, c’è anche il mazzo di Sara, l’ho messo insieme agli altri, ma forse più tardi lo sposto nella mia stanza.
I parenti più stretti hanno portato la consolazione, sacchi della spesa e cibo precotto da mangiare per un mese e oltre. La casa ha riacquistato il silenzio, ma più che quiete è un silenzio fatto di assenza.
Vorrei chiedere il permesso di andare un po’ a dormire, ma so che ci resterebbero male, non mi muovo. Semmai più tardi, se anche mio padre si alza, che so, per andare in bagno, se anche mia madre si muove un po’, se qualcuno fa qualcosa insomma, ne approfitto e vado a telefonare a Sara.


MT

Nota bene: il testo contenuto nella presente è sempre protetto da copyright e non può mai essere utilizzato a meno di esplicita ed inequivoca autorizzazione da parte dell'autore.



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. racconto

permalink | inviato da ioTocco il 13/1/2008 alle 0:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 gennaio 2008

Sull'Eurostar

“E’ il mio posto”. Carrozza 12 posto 26 finestrino. Controllo ancora una volta il biglietto, per pignoleria. Sì, è proprio il mio posto.
Il ragazzetto (uno studente?) si alza deluso e con un cenno da condannato saluta gli altri tre. Ne riceve cenni d’incoraggiamento che comprendo al volo.
“Dipende”, gioco d’anticipo. Dipende da cosa mi offri in cambio, carino.
“Ho un posto in carrozza sei” avanza timido.
“In carrozza sei non ci vado”.
Lo studente lascia il posto. E’ sconfitto, comprende, ma mi sento lo stesso un cerbero. Prendo il treno fin da ragazzo, studente anch’io. Viaggiavo in poltrona anche di notte, per risparmiare. Il riposo non era un mio problema, il viaggio in treno era parte integrante della vacanza. In treno si facevano incontri, o meglio: in uno scompartimento da sei avevi cinque possibilità di incontrarne almeno una per cui valesse la pena.
Il ragazzetto trova posto alle spalle dei suoi amici. L’avvio del treno indica che i giochi sono fatti, da Bologna a Milano non ci saranno più fermate, e così mi sparo l’atto di bontà: vado al posto suo e lui, tenero, di nuovo contento, torna alla sua compagnia. Capisco, ci sono passato anch’io.
Adesso sono in una fila da due posti a sinistra e due a destra, accanto al solito uomo d’affari con l’orecchio saldato al telefonino. Cerco di non guardarlo, comincio a sfogliare Repubblica in modo da dettare le regole e marcare il territorio: il mio tavolino resta aperto per tutto il viaggio, ti piaccia o no. Lo chiudo solo se devi andare in bagno e, semmai ti venisse in mente, non voglio parlare del tempo, della situazione di Trenitalia, dell’Inter (ha la Gazzetta aperta davanti) né del Governo Prodi. Voglio leggere. D’altra parte lui non sembra proprio il tipo da due chiacchiere sul più e sul meno, andremo d’accordo.
Comincio a leggere: due soldati italiani rapiti in Afghanistan dai talebani o da chissà chi. Sarà molto dura. Il corridoio del vagone mi divide da una donna che, imparo, deve ispezionare diversi cantieri. Sarà un ingegnere, mestiere di cui non esiste o non conosco un corrispettivo femminile. La sua voce ha cadenza toscana in accento lombardo, la classica emigrata per lavoro, ma mi domando se sia emigrata da Firenze a Milano o viceversa. Porta delle scarpe da tennis bianche, vergini, o è brava lei a non sporcarle frequentando cantieri. Ha un bel paio di gambe, deve essere simpatica, peccato per il viso. Un uomo con accento indefinibile, vicino a lei, chiede a telefono biglietti per non so quale concerto. Mi viene di afferrare il telefono e chiamare anch’io non so chi, invece mi rituffo su Repubblica.
Imparo che tempo fa (ma quanto tempo fa?) Israele avrebbe compiuto un raid in Siria per distruggere una centrale nucleare. La Siria non avrebbe reagito e il Mossad avrebbe così registrato un clamoroso successo. Il Risiko: sposto dieci carriarmati e due aerei in Siria, tocca a te. Tra l’altro il Risiko mi ha sempre annoiato, preferisco il Trivial.
Termino Repubblica, mancano circa quaranta minuti a Milano ed ho tutto il tempo per cominciare il libro che tengo in borsa. Il viaggio per me è lentezza, riposo, ma a quelli che ho intorno riesce a raddoppiare il tempo lavoro. Pensa che, se mi sposto da Bologna a Milano in Eurostar, ho un’ora e quaranta minuti di tempo per effettuare telefonate di lavoro, terminare quella relazione al computer, navigare in rete, nel frattempo leggo il Sole24ore e sorseggio un caffè al bar.
Personalmente vado a Milano per cure, e con la metro coltiverò anche il tempo libero: ore 10 Milano centrale, 10e30 a Lambrate, alla mezza ho finito col medico, pranzo, ore 14 ho il treno per Bologna. In mezzo mi sparo due passi al Duomo, roba che se dovessi andare da Lambrate al Duomo e poi alla centrale in autobus non mi basterebbe una mattina. E’ tecnologia, questa! Alta velocità.
A proposito: non me n’ero accorto, ci siamo fermati. Siamo fermi in una piccola stazione, di quelle che dai finestrini dell’Eurostar dovresti vedere come una mitragliata di pali, uno o due treni fermi, e il blu dei cartelli di cui tenti invano di inseguire il nome oscillando con la testa.
Il cartello blu che adesso ho davanti si legge da dio, siamo proprio fermi. Siamo a Secugnago, paese di cui sconoscevo l’esistenza. Finalmente il capotreno ci parla: attenzione! Causa investimento, la linea elettrica è temporaneamente interrotta, vi aggiorneremo sulla situazione.
L’ingegnere in scarpe da tennis, bellegambe e peccato per il viso, chiude la telefonata e mi domanda perché siamo fermi. Causa investimento, le dico, cercando di scandire la parola e non aggiungere espressioni facciali che possano ingigantire la notizia. Ma immagino già tutti noi abbandonati a Secugnago (campagna) a litigarci l’acqua della Protezione Civile, sequestrati dentro al vagone senza più aria condizionata, con Bertolaso che parla di evento imprevedibile e quindi da lui non previsto.
L’ingegnera belle gambe peccato ecc, ha il tempo di reazione più rapido: compone numeri su numeri e avverte i capocantiere che non arriverà né adesso né dopo, in quanto, dice, il treno ha investito qualcuno. L’uomo d’affari accanto a me è più sobrio, nelle sue conversazioni non fa alcun cenno sul possibile ritardo che da qui a poco ci investirà tutti. Il tizio che cercava i biglietti del concerto guarda fuori cercando di farsi un’idea.
Impugno timidamente il telefonino e chiamo casa per avvertire che certamente ritarderò il mio arrivo a Milano, dove peraltro non mi attende nessuno. Ammonisco mia moglie che questo non precisato ritardo potrà creare conseguenze in tutte le attività della mia giornata e quindi… salterà la passeggiata a piazza Duomo, penso tra me.
Chiusa la comunicazione mi accorgo che l’ingegnera non c’è più, e realizzo che le porte sono state aperte per liberare i fumatori. L’uomo d’affari mi guarda, mi dice che se hanno aperto le porte allora la cosa è senz’altro grave. Lo osservo per la prima volta: ha una lunga cicatrice sulla guancia destra da Scarface che stona col suo aspetto manageriale. Annuisco: sarà grave, si sa niente?
Do per certo che la gente ne sappia sempre più di me, alle volte un servizio sul telefonino, tipo goal in diretta, situazione traffico su rotaie in tempo reale. Infatti Scarface sa, mi dice che si tratta di un suicidio.
Adesso ne so anch’io e scendo dal vagone con passo sicuro; immagino di avere sulla testa una di quelle insegne con intorno le lampadine colorate e la scritta: qui notizie fresche. Prendo una cartina, la mia busta gialla di Golden Virginia e mi rullo una paglia. Un tipo con l’insegna più grande della mia va dicendo che tra poco arriveranno i pullman, perché tra rilievi della scientifica e magistrati che vogliono capire com’è andata… Poi aggiunge: lo so, perché ci ho lavorato! Che fa lo stesso effetto di quando c’è a terra uno con un malore e nel capannello di persone spunta quello coi guanti di lattice. Prova a chiedergli se sono guanti da medico, infermiere, giardiniere o netturbino.
Pippo la mia sigaretta e mi trovo davanti l’ingegnera e il tizio dei biglietti. Stavolta sono io ad avere più informazioni, me le venderò a caro prezzo. Così parlo di pullman, rilievi e magistrati, anche se non ci ho lavorato; il tipo dei biglietti mi chiede di chi si tratta, quanti sono, sarà un incidente, o forse è solo un animale. L’ingegnera dice: spero di no, sono animalista. E’ simpatica, non è vero che ha un viso brutto, forse il naso soltanto. Le dico: “Magari è una mucca, di quelle che tanto tra poco la macellavano lo stesso”.
Invece no, un terzo ci conferma che si tratta di un suicidio. L’uomo che aveva lavorato in ferrovia (o alla scientifica, o in magistratura) gli chiede se il ritardo è rimborsabile. Mi spiego meglio: gli chiede se Trenitalia ci corrisponderà il bonus per il ritardo causato dal suicidio di un uomo. Si apre il dibattito: tecnicamente, conveniamo, il ritardo non è loro addebitabile, quindi no, niente bonus.
Torno al mio posto, il capotreno annuncia che tra poco ripartiremo con un’ora di ritardo, ma non fa cenno a rimborsi. Siamo contenti, appena un’ora di ritardo è una buona notizia trattandosi di un suicidio.
Suicidio, penso tra me, è una persona che stamattina presto si è alzata, si è vestita, forse ha fatto colazione, ha preso la macchina, ha raggiunto il posto che aveva pensato chissà da quando e si è adagiata sui binari in attesa, oppure ha atteso in piedi ed ha fatto il grande salto. Suicidio è un macchinista che penserà tutta la vita di avere involontariamente ucciso un uomo. Forse siamo davvero in troppi a questo mondo, così che ci è impossibile prenderci cura, o anche solo commuoverci, dispiacerci, fermarci un’ora come ha dovuto fare il nostro treno.
Il treno è ripartito, tra mezzora sarà a Milano. Ironia della sorte, il libro che volevo cominciare è Non buttiamoci giù, di Nick Hornby. Parla di quattro sconosciuti che si incontrano casualmente sulla terrazza di un palazzo il giorno che ognuno di loro ha deciso di farla finita. Prima del romanzo c’è una citazione di Elizabeth Mc Cracken: “la cura dell’infelicità è la felicità, me ne infischio di quello che dicono tutti”. Me la scrivo sull’agenda, tra le cose da fare: 1) chiamare l’idraulico; 2) essere felici. Poi comincio a leggere il libro.
Milano, dottore, panino, piazza Duomo, metro, stazione, di nuovo Bologna. Scendere prego. Casa. Chiamare l’idraulico. Essere felici.

MT

Nota bene: il testo contenuto nella presente è sempre protetto da copyright e non può mai essere utilizzato a meno di esplicita ed inequivoca autorizzazione da parte dell'autore.



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. racconto

permalink | inviato da ioTocco il 11/1/2008 alle 11:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
sfoglia     maggio       
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
ioTocco news & co.
Racconti
biografie
visti & riletti
tutto fa blog
Bar sport
BloggerOTECA

VAI A VEDERE

X CURIOSARE QUA E LA':
Mauro SQUIZ Daviddi
Mauro Daviddi fotografo
INTER F.C.
Attivissimo antibufala
Home Movies Bologna
IMSU
.
I VOSTRI BLOG:
Ale
Concy31
Il Conte
Dilettomanoppello (Stefano)
Disastro
Efesto
Elepuntaallaluna
Gattara
GuyFawkes
Lei... Julia
liberol'anima (blue eyes)
Lu, i 400 colpi
Marte(not-Neon)
Nat
occhiodelciclone
Piero, SvegliaItalia
Saxer
Yogurtina :)



inter aikido alitalia bloggeroteca andrzej andavo a messa la domenica paolo borsellino andreotti allevamento anni 50 politica biografie albania blog alexander langer anniversario alberto cairo mafia animali american tabloid ambiente andré gorz tutto fa blog stato aldo bianzino alanis morissette american underworld thrilogy bologna giovanni falcone america iotocco palermo







le stelle potrebbero essere nientemeno che semi del cielo, e in una notte far nascere fiori, uno, per ogni stella caduta. ma io pensavo, che le stelle fossero solo lacrime degli angeli, ed i girasoli, che crescessero così alti per asciugarle di nascosto, nella notte.

SE LASCI UN COMMENTO, QUESTO BLOG DIVENTA ANCHE UN PO' TUO...


Add to Technorati Favorites

 Chuck Palahniuk,
FIGHT CLUB

Il richiamo ad una generazione X sempre più spaesata e individualista, che trova nel collettivo la perpetuazione della propria solitudine: perchè è meglio essere odiati da Dio che trovarsi al cospetto della Sua indifferenza.

 

 Andrea Camilleri,
LA CACCIA AL TESORO

Migliore degli ultimi Montalbano, meno svogliato, ma non più all'altezza dei primi.

 Davide Enia,
ITALIA - BRASILE 3 A 2 

Libretto gustosissimo, che ripercorre la mitica sfida, descrivendo un quadretto familiare molto riuscito, nei suoi riti e nei suoi tic. Racconto lieve ma mai superficiale, accompagnato da una vena ispirata di ironia, perfino nelle note che ci spiegano le regole calcistiche con puntuale leggerezza. 

 

James Ellroy,
IL SANGUE E' RANDAGIO

Completa la trilogia americana. Più toccante e magico dei primi due, dipinge personaggi inediti e tiene alto il ritmo. Degnissima conclusione di una trilogia esplosiva. 859 pagine che corrono via. Per gli appassionati del genere è un libro imperdibile.

IGORT,
5 è il numero perfetto

Interessante romanzo a fumetti, sul ritorno alla scena e sul riscatto di un vecchio guappo.

Hermann Koch,
LA CENA

Attuale e intrigante racconto sulla "banalità del male", con un punto di vista originale. Scrittura veloce e non sempre efficace, il romanzo merita comunque di essere letto!

 Paolo Sorrentino,
HANNO TUTTI RAGIONE

Da spiaggia!

 Georges Simenon,
LA VERITA SU BEBE' DONGE 
††††

Le anime si scontrano, in questo splendido racconto, in cui ogni personaggio non è casuale, ed ogni azione può essere riletta in sfumature opposte, fino a conclusioni in antitesi tra loro, come quella che porta la sorella di Bèbè, Jeanne, a dire, senza speranza: "A che serve continuare a porsi domande? Facciamo tutto quello che possiamo..."

 

 ERRI DE LUCA,
IL PESO DELLA FARFALLA
††††

Un racconto che mette il lettore alla pari col mondo e lo riporta a una condizione essenziale di uomo. Sorretto da una scrittura un po' ampollosa, ma efficace, scorre lieve e delicato fino all'ultima pagina.

FRANCO ALFONSO,
BARBIERE SI NASCE
††

L'esperienza di vita di un bambino di paese che, in un periodo in cui non era facile sognare, aveva un grande sogno: diventare barbiere a Palermo! Un libro genuino che ha molto da insegnare.

  Letti nel 2009:

SERGIO ROTINO,
UN MODO PER USCIRNE
†††

ANDREA CAMILLERI,
LE INCHIESTE DEL COMMISSARIO COLLURA

 

WILLA CATHER,
IL MIO MORTALE NEMICO

DANILO "MASO" MASOTTI,
IL CODICE BOLOGNA

GIANRICO CAROFIGLIO,
IL PASSATO E' UNA TERRA STRANIERA

ANDREA CAMILLERI,
LE PECORE E IL PASTORE

C. AUGIAS, M. PESCE,
INCHIESTA SU GESU'

JAMES ELLROY,
SEI PEZZI DA MILLE


ANDREA CAMILLERI,
LA DANZA DEL GABBIANO

ANDREA CAMILLERI,
L'ETA' DEL DUBBIO


Letti nel 2008:


JAMES ELLROY,
AMERICAN TABLOID



WU MING 4,
STELLA DEL MATTINO



ORNELA VORPSI,
LA MANO CHE NON MORDI



SANDOR MARAI,
LE BRACI
††


WU MING,
PREVISIONI DEL TEMPO
††

 
Andrea Camilleri,
IL CAMPO DEL VASAIO



Georges Simenon,
LETTERA AL MIO GIUDICE
†††


Andrè Gorz,
LETTERA A D.
†††

Lettura in corso
Fabio Levi,
IN VIAGGIO CON ALEX
††

Ultimo letto
Attilio Bolzoni Giuseppe D'Avanzo,
IL CAPO DEI CAPI
††


Fruttero & Lucentini,
LA DONNA DELLA DOMENICA
††††

La mia opinione:
†      passatempo
††    interessante
†††   
da leggere
††††  imperdibile

 

 
Giuseppe Di Stefano

il grande Tenore e un incontro del 1993


              Io dono... e tu?


      JULIO C
RUZ      




ETNA INNEVATA


TORTA ETNA



Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001. L'Autore, inoltre, dichiara di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze non sono da attribuirsi all'Autore. Alcune delle foto presenti su questo blog sono state reperite in internet: chi ritenesse danneggiati i suoi diritti d'autore può contattarmi per chiederne la rimozione.











NO CENSURA!

 

 

CERCA