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Il capo dei capi

Oggi, su Canale 5, andrà nuovamente in onda la prima puntata della fiction

Il capo dei capi

Pubblico la recensione che ne feci il 16 novembre 2007 su Romareporter.

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Finalmente ieri ho visto una puntata della fiction Il capo dei capi, la serie tratta dal libro dei giornalisti Bolzoni e D'Avanzo, di cui sono grande ammiratore.
     
Per fortuna o purtroppo, non guardo televisione (se non un telegiornale alla sera e le partite dell'Inter), così non mi era facile convincermi a star lì davanti e mi sono convinto tardi, alla quarta puntata.
La fiction è ben recitata, un palermitano vero e non il solito slang siculo-raulbovese. Tutto, quindi, acquista credibilità, e fa sembrare di assistere a una storia vera. Il problema è, però, che questa storia è vera per davvero. E allora sorgono i primi dubbi.
Partiamo da un distinguo: chi sono i buoni? I buoni sono quelli che combattono la mafia.
In ogni film del filone, lo spettatore ha tutto il tempo per ragionare su questo punto, appassionarsi all'uomo di Stato, che muore per avere avuto troppe palle e aver creduto in quello che faceva. Monta la rabbia al pensiero di chi ci ha spezzato il sogno, di chi ha stroncato la vita dell'eroe che stava spalando un po' di merda.
Ecco: in questa fiction la rabbia non monta: vedi morire gente come Boris Giuliano, Gaetano Costa, Cesare Terranova, e rimani lì, impalato. La loro morte non suscita emozioni; anzi! attendi di sapere cosa farà o dirà adesso Riina, Totò u curtu!
Se non fosse che Giuliano, Terranova, Costa, sono personaggi di uno spessore e di un coraggio che quello da solo dovrebbe offuscare le miserabili gesta di qualunque capomafia.
La produzione ha creato un personaggio a tutto tondo, Riina, che, diciamolo apertamente, emana un fascino a cui è difficile sottrarsi. La storia della sua ascesa somiglia troppo a quella di Michael Corleone, e ci appassiona come se si trattasse del Padrino. Vedi il momento in cui il boss Gambino, il capo americano, riconosce che in Italia adesso comandano i corleonesi. Quello è il momento topico, a questo punto abbiamo un déjà vieux col film di Coppola.
L'alter ego di Riina dovrebbe essere questo personaggio immaginario, Biagio Schirò, totalmente votato alla sua idea di giustizia, per cui sacrifica la famiglia che ama profondamente. Schirò rappresenta tutti i soldati semplici che hanno combattuto la mafia. E' un po' poco, onestamente. Anche perchè Schirò rimane il personaggio meno credibile di tutta la fiction. Ancora, perchè c'erano talmente tanti personaggi reali che potevano fare da contraltare a Riina, ed è un peccato vedere un giovane Falcone in sfondo, e non potere zoomare su di lui, è un peccato vedere il Procuratore Gaetano Costa così incerto, fare il suo dovere solo quando incalzato dal poliziotto Schirò.
Mi viene in mente questa immagine:


Intendo dire che chi ha vissuto Palermo in quegli anni, ed era dalla parte di Costa, certi brividi li prova eccome! I brividi li provo guardando le lapidi di Palermo, non guardando un poliziotto inventato.
Vorrei fare un'altra riflessione: ricordo bene, quando Totò u curtu fu arrestato (viveva in una villa con piscina accanto all'ufficio dove io andavo a lavorare tutti i giorni), ricordo bene, dicevo, il fascino criminale che emanava. Tutti appesi alle labbra di questo mostro, a partire dai giudici che lo interrogavano. Questa è la natura umana ed è difficile ribellarsi. Ma questo fascino è rinverdito alla grande dalla fiction Il capo dei capi, e non è difficile pensare a quale effetto avrà su certi bambini di Palermo, tanto per cominciare. Lavorando come educatore e poi come assistente sociale sui minori, a Palermo, ho incontrato molti bimbi in situazione che noi, per sintesi, definiamo di rischio. Questi bimbi, come tutti i bimbi del mondo, sono spugne, assorbono qualsiasi messaggio. A differenza di altri bimbi, più protetti, nessuno farà loro da filtro, e chi glielo spiega poi che zio Totò fa parte dei cattivi?

Pubblicato il 4/12/2008 alle 8.56 nella rubrica visti & riletti.

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