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Esequie

Esequie

Camicia rossa e blu in panno, a quadrettoni; del tutto simile al plaid che copre mio nonno fino al naso. Uno accanto all’altro, lui immobile, io preoccupato. Mia madre, tutto un va e vieni dalla camera da letto al salotto, una camicia da notte per lei, la borsa per l’ospedale già pronta.
Telefono che squilla. Faccio per alzarmi ma lei mi blocca, la consegna è di non perderlo di vista.
Sì, via Narbone, da Corso Finocchiaro Aprile la seconda a sinistra. Mio padre fornisce dettagli minuziosi al centodiciotto. Ma quanto ci mettono ad arrivare, ripete mia madre. Mio nonno è lì, sembra di cera, gli poggio la mano sulla fronte, non so che fare. Vorrei andare via da casa, andare in riva al mare, con un’aria meno cupa. Vorrei Sara, ma non posso chiamarla, il telefono deve restare libero.
Elvira, sono qui. La voce sommessa di mio padre mi tranquillizza, sono arrivati, tra poco sarà tutto finito. Un portantino e un’infermiera, alle estremità opposte di una barella, non salutano neanche, mio nonno è un peso morto portato via a braccia per le scale, poi dentro l’ambulanza, poi via a sirene spiegate verso il Civico. Noi tre dietro, guida mio padre.
Al volante, mio padre non è una scheggia, non riesce a stare dietro all’ambulanza, se la perde al primo incrocio. Tengo stretta in mano una scheda telefonica, la mano mi suda. Devo chiamare Sara al più presto, appena possibile.
Ci attendono per l’accettazione. Una donna in camice domanda a mia madre cos’è accaduto. Mi ha chiamato, stanotte, che si sentiva poco bene, lui dorme nella camera accanto alla nostra. Le tremano gli angoli della bocca mentre parla, mio padre interviene: Si è alzato per andare in bagno ed è caduto. Non si è più mosso. Mio padre interviene sempre su mia madre, per soccorrerla sembrerebbe.
Mi allontano per telefonare, dico, ma mia madre mi riprende. Dove vai? domanda, l’hanno trasferito a rianimazione, da solo non ti fanno entrare. Ho mal di testa, sarà stupido ma mi vergogno a chiedere un’aspirina. Non credo che troverò mai qualcuno con un’aspirina qui. Sara, devo sentirla.

Via Narbone sembra improvvisamente deserta a guardarla dal balcone del salotto. Ma è un inganno, mio nonno non scendeva a passeggiarvi già da un pezzo. Al posto suo, una processione di signore in nero; dalle macchine, infilano tutte il portone semichiuso del palazzo.
Intrattengo gli ospiti, ogni tanto guardo la bara aperta come fosse un mobile nuovo della stanza, poi sposto lo sguardo sulla poltrona dove è seduta mia madre, a lutto, il volto segnato. Mio padre è in trattativa con l’agenzia, deve decidere un mucchio di cose, cosa scrivere sul necrologio, quanti bigliettini di ringraziamento fare stampare.
La veglia notturna è interminabile, noi tre sul divano di fronte alla bara aperta, il naso di cera di mio nonno che affaccia appena dal bordo di legno, il caffè nel bricco a portata di mano, l’odore forte e persistente dei fiori che non diventeranno mai opere di bene. Sì, c’è anche il mazzo di Sara, l’ho messo insieme agli altri, ma forse più tardi lo sposto nella mia stanza.
I parenti più stretti hanno portato la consolazione, sacchi della spesa e cibo precotto da mangiare per un mese e oltre. La casa ha riacquistato il silenzio, ma più che quiete è un silenzio fatto di assenza.
Vorrei chiedere il permesso di andare un po’ a dormire, ma so che ci resterebbero male, non mi muovo. Semmai più tardi, se anche mio padre si alza, che so, per andare in bagno, se anche mia madre si muove un po’, se qualcuno fa qualcosa insomma, ne approfitto e vado a telefonare a Sara.


MT

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Pubblicato il 13/1/2008 alle 0.53 nella rubrica Racconti.

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