Blog: http://iotocco.ilcannocchiale.it

L’Ultimo Padrino

Nonostante la mia difficoltà a trascorrere le serate davanti alla TV, dopo aver visto la fiction Il Capo dei capi, ho voluto vedere anche questa miniserie, l’Ultimo Padrino.


Il Capo dei capi aveva un indiscutibile punto di forza nella recitazione, nell’uso genuino e credibile del dialetto, un palermitano vero e non il solito slang siculo-raulbovese.

Vedi recensione de Il Capo dei capi:

http://IoTocco.ilcannocchiale.it/post/1746420.html

In questo caso, invece, nonostante la scelta in maggioranza di attori “madrelingua”, si assiste a qualche forzatura, a partire da Nino Frassica, che pur mettendoci impegno sembra innaturale. A parte questo punto, la recitazione è gradevole, non in linea con il solito genere fiction, semmai più vicina alla scuola de Il commissario Montalbano o l’ispettore Coliandro, prodotti ottimi nel loro genere.

Le riprese, nelle scene di azione, virano su pellicola non cinematografica, dando un tocco più reale, tipo Home movie. Non amo questa scelta, ma non disturba più di tanto.

Sopra tutto, si eleva la prova di un attore ormai nel pieno della maturità qual’è Michele Placido, che recita soprattutto col corpo, con la mimica facciale. Mostro sacro, mi ricorda un po’ Giancarlo Giannini. E’ bravo, talmente bravo da essere credibile anche quando tenta l’uso del dialetto (per fortuna poche volte).

Qui torna il problema già visto con la fiction precedente, Il Capo dei capi. Ambedue buoni prodotti televisivi come fattura, ambedue prodotti equivoci come messaggio sociale.

Anche in questa miniserie c’è un alter ego, il poliziotto Renato Cortese, interpretazione questa di livello più basso, e interazioni che ricordano i vari distretti di polizia. Occorre dirlo, non basta. Il personaggio Provenzano sovrasta tutto e tutti, non ci fa tifare per lui, ma poco ci manca. Un copione così intimista, un’interpretazione così sofferta (vedi anche la moglie del Padrino, persona umanamente preoccupata per la malattia dell’amato), ci fanno sospirare, ci fanno quasi sussurrare un ma lasciatelo curarsi in pace… non va bene.

Si sta raccontando la latitanza di una bestia, di un mostro che si è lasciato dietro troppo sangue, insieme al suo compare Totò u curtu, di cui almeno si sottolineava l’aspetto visionario, la lucida follia. Provenzano appare piuttosto come un saggio, un vecchio signore a cui ci rivolgeremmo quasi a chiedere consiglio.

Un’ultima curiosità: in questa fiction Provenzano non è nominato, si fa riferimento sempre allo Zio. Gli scappati americani Inzerillo diventano Cappello. Ma perché? Che problemi ha avuto la produzione, trattando una storia vera, con tanto di condanne passate in giudicato? Piacerebbe saperlo.

Stasera ci sarà la seconda parte: spero di poter correggere le impressioni negative e confermare le positive. Buona visione.



Aggiornamento: vista la seconda parte; è stato emozionante rivedere le immagini della cattura di Provenzano, il successo di Renato Cortese e dei suoi. E' bello vedere storie di mafia a lieto fine. Continuo a non capire il motivo dei nomi cambiati (altro esempio: Renato Cortese è diventato Roberto Serra! Boh...)

http://www.romareporter.it/index.php?sez=articolotuttogue&id=6479

Pubblicato il 14/1/2008 alle 19.34 nella rubrica visti & riletti.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web