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Notte in bianco

Alle sette e dieci ti ho osservata ancora una volta e ho capito che era tutto giusto. Tutto giusto così.
La città s’è svegliata con me, sta ancora sbadigliando gravida di sopore, amaro in bocca. E’ diversa la città da un piano attico, è adulta, emancipata.
Ti ho preparato il caffè, uno di zucchero, e sono rimasto qualche minuto con la tazzina in mano, qualche attimo di sonno in più per te.
Ma la prima luce t’avrà già scoperta, come ha scoperto me che annaspo tra le ultime ore a disposizione; non c’è più niente che possa fare.
Era stato alle tre e un quarto: ti avevo fatto ancora una domanda che già dormivi, il tuo corpo era lì per me, luce accesa e timide carezze che ti cullavano i sogni, ma io non lo sapevo.
Volevo guardarti, solo guardarti.
Alle tre e ventuno ti ho spogliata. Pensavo non ne avessi voglia, o volessi concederti poco a poco, farmi cuocere lento, giocare col mio pudore, sputtanare quella paura che ho chiamato discrezione. Io invece dovevo guardarti, solo guardarti.
Non è bello il tuo corpo, no.
E’ il punto di confluenza di desideri e debolezze, un crogiolo di passioni e titubanza, è candore, il tuo, quando le gambe serrate non cedevano allo scorrere delle dita, è virilità, potenza piena, quando solo due sere prima ti eri data del tutto al mio sguardo, ed io non lo sapevo, non ero pronto. Cazzo!… non ero pronto a riceverti così. E la cosa che volevo con tutto me stesso era star lì a spiarti, ad impararti a memoria per tutto il tempo, se mai tempo ce ne fosse stato, e la prima cosa che ti ho chiesto era di spegnere la luce per confonderti, perché per me sei troppo, per me sei troppo ed io non sono bravo! Devo dimenarmi, prenderti a tratti, perché potresti travolgermi con quel tutto fatto di desideri e debolezze, di piombo e zucchero filato, fatto di troppe cose che dovrei esplorarti di continuo per coglierti intera!
E intera non ti si può cogliere.
Devo trattenere il fiato.
Così, alle quattro e dodici ho spento la luce. Avevi bisogno di riposare, domani si lavora, ed ho provato a riposarti accanto, in silenzio.
Ti sei girata, mi hai abbracciato.
Alle quattro e tredici il tuo odore mi ha invaso ogni spazio, occluso ogni poro. Un odore acre, di pelle appesantita dal sonno. Un odore… troppo.
Non facevo che voltarmi di continuo, gli occhi sgranati e mille pensieri appiccicati addosso, mille gocce di pioggia sottile, poi grandine secca a sommergermi, poi neve ad isolarmi, imprigionarmi di pensieri.
E pensieri… e pensieri.
Ho dovuto trattenere il fiato.
Alle quattro e quaranta mi sono alzato. Quel letto, da solo, sarebbe stato più capace di me.
Ho acceso una sigaretta, l’ho spenta, mi sono rannicchiato sul divano ad aspettare il giorno ed ho ringraziato Dio perché ti avrei preparato il caffè, uno di zucchero.
No, forse non sei di più, è solo bellezza a coprirti stanotte. Ma tra poco la luce ti scoprirà, non posso oppormi.
Non posso farci niente.
Finalmente mi sento protetto. In fondo è bastato starti lontano appena un po’, appena appena. Ma qui tutto parla di te… le maschere di cuoio appese alle pareti, gli scarabocchi nei fogli sul tavolo, la foto di tua madre a cavallo. Qui tutto grida! …di te.
Bella donna tua madre, non sembra vecchia.
Penso alla mia, alla madre di Nino: sono l’essenza della madre, sono madri essenziali, anziane, usate, basse e materne, madri insomma.
Ma tu, neanche una madre normale ti sei permessa?
Se tra queste carte ci fosse un indizio… qualcosa ancora.
Alle sei e un quarto la città comincia a svegliarsi e mi sveglio anch’io, di colpo. Forse ho dormito. Devo aver dormito, perché erano le cinque e venticinque…
Ti sei accorta che non ci sono, che non ti sto più accanto? E queste maschere che mi ridono sopra, e questa poltroncina Art Nouveau che non mi sa contenere.
Le sei e cinquanta: i miei sensi riprendono a funzionare. E’ un miracolo del cielo che ci si risvegli e tutto è come prima.
Vorrei entrare, la luce avrà fatto il suo dovere, magari ti trovo sveglia.
Sfoglio un libro, frugo tra le carte sul tavolo, un indizio, mi basterebbe trovare qualcosa, un particolare soltanto.
Il sole ridisegna i contorni delle case, sento il bar che apre, il movimento degli spazzini, il mare. La macchinetta del caffè.
E’ ancora presto, ma lo farò adesso. Magari ti sveglio con la scusa del caffè pronto. Poi, proverò anche a poggiare le labbra sulle tue, chissà che sapore ha il sonno.
Il caffè è uscito, sono le sette meno dieci ormai. Lo verso nelle tazze, ho fatto casino porcaeva! se ti svegli prima del mio bacio m’impicco.
La tazzina gialla è più piena, ma il caffè della verde è meno acquadipolpo. Evatroia!… l’ho versato per terra, che idiota! se mi vedesse Nino, con quella fissazione della mano che mi trema.
Bevo il mio, tazza gialla, così ne porto uno solo. Azione! Azione azione!! giuro che ti sveglio, giuro che ti salto addosso, giuro che ho voglia di fare l’amore con te, giuro che a lavoro oggi non ci vai, giuro che
Alle sette eri bellissima ed io lì davanti con la tazzina in mano, uno di zucchero.
Forse dovrò trattenere un po’ il fiato, appena appena.
Alle sette e sette ho poggiato la tazzina ai piedi del letto, il tuo caffè è appena tiepido ormai, mi dispiace.
Tu dormi ancora, ma è già ora, lo so.
Alle sette e dieci ti ho guardata per l’ultima volta ed ho capito che è tutto giusto. Tutto giusto così.


MT


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Pubblicato il 15/2/2008 alle 7.32 nella rubrica Racconti.

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