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Corrispondenze

Gentile signor T,

Stamani si è stabilito tra noi un accordo di reciproco piacere fondato su uno scambio di epistole. Benché Lei abbia mostrato una non piena convinzione per la suddetta sperimentazione, io La invito a rifletterci su.
Credo che un periodo di solitudine sia necessario per capire che cosa si prova. Ho trascorso un imprecisato numero di giorni, tra il dicembre 2001 e il marzo 2002, da sola nonostante un certo numero di presenze maschili qualitativamente significative (gli amici francesi, Lele, Edoardo, Cristiano) e diverse relazioni amicali molto importanti.
Ho ripreso i colloqui dallo psicologo e da sola ho concluso il tirocinio, mi sono preparata all’abilitazione, alle partenze, al lavoro con l’associazione, alla depressione settembre/dicembre, ai percorsi in treno paese-città, ai sogni su Lele, eccetera.
Da sola e in compagnia di quanti ho già citato, ho costruito la dottoressa L, quella donna che Lei doveva incontrare a marzo, Lei, signor T.
Una donna che dimostra più della sua età, che sembra sicura di sé e delle proprie mosse, perché non guarda in faccia le persone.
Non avevo mai sentito/pensato che qualcuno potesse avere bisogno di sentirsi amato da me, che si potesse sentire ferito dalla mia presunta indifferenza, intimorito dalla mia persona. Queste cose le ho comprese col tempo e, compiutamente, solo in questi ultimi anni.
E Lei, signor T? Lei che è invece profondamente capace di fare sentire una donna amata, si rende conto del potere che ha? Soprattutto se non si sente emotivamente toccato.
Lei voleva sentirsi amato dalla dottoressa L? Voleva sentirsi PIÙ amato? Voleva insediarsi totalmente nella sua “no man’s land”? La dottoressa L non ha capito che cosa fosse quella richiesta di appagamento insaziabile, forse ha temuto di sentirsene divorata.
Perché ha voluto un appuntamento?
Perché e come pensava che il suo DISTACCO EMOTIVO potesse mutare?
E se qualcosa fosse realmente cambiato. Avrebbe temuto di rimanerne distrutto?
Ha mai riflettuto piuttosto sul rischio di poter distruggere?
Lei, signor T, afferma di aver sempre amato le persone che ha incontrato (e lasciato, aggiungo). Ma come si rinuncia a qualcuno che ha delle qualità o caratteristiche che amiamo?
Come si accetta che quell’individuo che ci ha fatto ballare, ridere, piangere, godere, morire, possa poi non amarci più? Come si può, a freddo, incontrare di nuovo quegli occhi brillanti, che ci fecero sentire così speciali, e lasciarci poi sezionare da uno sguardo ormai indifferente e appassito? No signor T, non credo che Lei si sottoporrebbe mai a un simile supplizio.
“Avevo questa immagine di un uomo tagliato in due ed ho pensato che questo tema dell’uomo tagliato in due, dell’uomo dimezzato fosse un tema significativo, avesse un significato contemporaneo…”
Tutta intera, la dottoressa L era troppo o mai abbastanza. Che cosa non andava bene, cos’altro avrebbe voluto? Forse quello che io non ero, non sono, non provo, non mostro.
Il mio saluto, il tuo voltarti indietro. Ma tu, signor T, li dietro non hai trovato niente, e non è colpa di nessuno. Quale soluzione adesso? Che cosa c’è più, per noi due?
Ma eravamo proprio io e te a passeggiare la sera, io e te abbracciati, eri tu che volevi me?
Arrivederci, signor T.
Tua E.L.



MT


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Pubblicato il 25/2/2008 alle 8.52 nella rubrica Racconti.

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