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Occhi d’un nero intenso

Occhi d’un nero intenso...

Erano quelli dell’attrice, non ricordo il nome, non quelli dolci da Tempo delle mele, piuttosto quelli grintosi di Flashdance, quelli da pantera, da ce la farò.
Sophie Marceau, la prima cotta cinematografica. No, piuttosto Jennifer Beals, con lo sguardo aggressivo e i riccioli in disordine. La vita stretta da ballerina mancata e un’energia speciale dentro.
Flashdance l’ho visto quattro volte, in quel cinema che prima era un teatro, lo stesso dove ho visto il primo film da adulto, senza genitori, I Barbapapà, mi pare.
Per il cinema ho sempre avuto passione, ancora non capisco perché mia zia Lina se la prendesse tanto per il fatto che c’era un teatro in meno.
- Mbe’?… adesso c’è un cinema in più - le rispondevo. E lei s’incazzava.
Ma alla fine la rispettavo, anche quando diceva che il teatro è d’un altro livello, con l’alterigia di chi sa di capirne di più.
- Ti mancano le basi, che vuoi farci?… colpa di tua madre. -
Da bambino, in effetti, sono state rare le occasioni in cui frequentare un teatro.
Quelle poche volte andavo con zia Lina, che era abbonata e s’intestardiva con mia madre perché a suo parere se le persone andassero a teatro fin da piccole il mondo funzionerebbe meglio.
Per la verità, a mia madre andava pure bene che mi togliessi di torno per tre ore, che così poteva dare lo straccio per terra e magari la cera. Ma quello che non andava giù a zia Lina era che potessi seguirla solo per scomparire un pomeriggio intero da casa.
- Sì, per favore, portatelo in giro così mi faccio il corridoio -
- Guarda che me lo porto a teatro - rispondeva zia Lina, sottolineando la necessità dell’evento.
- Meglio! Posso fare magari salotto, cucina e camera da letto! -
Così, a forza di cera sui pavimenti mi sono fatto una cultura.
Dello spettacolo poi non è che me n’importasse, a otto anni: seguivo male la storia, non capivo i dialoghi, non m’appassionavo ai personaggi.
L’unica cosa che mi piaceva era l’inizio; mi cullavo nel brusio di sottofondo prodotto alle mie spalle (zia Lina aveva la prima fila) e mi divertiva aspettare il suono della prima campanella, quando ogni rumore sarebbe cessato di colpo per poi riprendere in crescendo.
Alla seconda campanella mi voltavo. La cosa che m’affascinava di più era osservare come tutti gli spettatori fossero ancora distanti dai posti assegnati con una logica quasi matematica. Il signore sudaticcio in giacca e cravatta dietro di me doveva raggiungere nientemeno che i palchi, e diceva all’amico con la pipa di non preoccuparsi, che ancora c’è tempo. Poi lanciava benedizioni papali a una decina di persone ad ogni angolo della sala, come a dire “tra un po’ ci vediamo su”.
Alla terza campana si scatenavano gli avvoltoi della poltrona libera, quelli che avevano il posto in galleria e pregavano perché il commendatore Arena non venisse. “Quella è la sua poltrona, di solito è puntuale, vuoi vedere che non ha trovato parcheggio?”
Zia Lina m’insegnava a riconoscerli già dalla prima campana: - Guardali; tutti fermi ai lati della sala, aria circospetta, viso paonazzo. -
Ci azzeccava sempre.
La cosa che mi meravigliava era vedere come, con tutto quel casino di posti da conquistare, file intere occupate da una persona sola (“Guardi che chiamo la maschera. Questa è storia d’ogni volta!”), gente che andava, veniva, salutava, rideva, vociava, rimproverava, correva, quattro minuti dopo il suono della terza campana tutto questo era miracolosamente un ricordo. C’ero rimasto io, con quel tendone rosso porpora davanti, con quelle due parti austere e magiche che al via di non so quale forza misteriosa si sarebbero aperte per catapultarmi in una storia non mia, tutta nuova, bella o brutta non importava in quel momento, perché quello era il momento in cui io, solo io, stavo entrando nella favola segreta: era il momento in cui s’apriva il sipario.




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Pubblicato il 5/5/2008 alle 8.33 nella rubrica Racconti.

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