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23 maggio 1992, FALCONE ASSASSINATO... 16 anni dopo il lutto non sbiadisce.

Il 23 maggio 1992, alle 17,58, presso il Km. 5 della A29, una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in un tunnel scavato sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci - Isola delle Femmine viene azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina.
La deflagrazione ucciderà Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo.
L’attentato viene soprannominato “La strage di Capaci”.



Sono passati 16 anni, nel corso dei quali è stato detto, scritto, e rappresentato tutto quello che conosciamo. Palermo ha avuto la forza di ribellarsi, e con la città lo Stato, che ha conseguito vittorie importanti, anche se la guerra è ancora tutta da combattere.
La memoria si è spenta solo in parte, costa dolore il pensiero che il tempo possa sbiadire il lutto di quei giorni.



Io ero in via Croce Rossa, in licenza dal servizio civile che stavo prestando a Caltanissetta, al carcere minorile della città. Avevo i miei pensieri: la lontananza da casa, un amore che finiva, la borsa coi vestiti sporchi e un pullman che, l’indomani, mi avrebbe riportato in carcere.
La notizia me la diede l’amica a cui stavo telefonando da una cabina telefonica. Avevo già sentito tante sirene, troppe, tutte in direzione autostrada. Avevo capito che qualcosa di grave era accaduto. Ma non pensavo irreparabile.
L’amica mi disse che Falcone era ancora vivo, forse anche la moglie. Ma erano gravi, gravissimi.
Ammutolii. La sensazione che qualcosa si fosse irrimediabilmente sgretolato, e che non vi fosse più rimedio. Capii cosa significa sentirsi crollare il mondo addosso.
Prima di cena, Palermo intera cadde in uno sconforto senza limiti, le telefonate si susseguivano frenetiche tra amici, ma le parole non c’erano. Era solo desiderio di contatto.
Non avevo voglia di tornare in carcere, a Caltanissetta, dove forse mi attendevano detenuti in festa, come quelli, di cui seppi, che dentro l’Ucciardone stavano festeggiando la vittoria sullo Stato.
Ma ero in servizio civile e non potevo far nulla, ero anch’io un frammento di Stato. Dovetti lasciare Palermo, la mia città ferita a morte.
Il direttore del carcere mi negò la possibilità di partecipare ai funerali. Anche lui rappresentava lo Stato. E con esso il senso del dovere.
I funerali li vidi in televisione, a Caltanissetta, insieme alle guardie e ai detenuti, trattenendo le lacrime. Ma scoprii che anche loro le trattenevano.
Sentii parlare Rosaria Costa, vedova Schifani. Il prete che le porgeva il microfono era lo stesso che anni prima mi aveva dato la cresima. Adesso lo vedevo lì, allontanarle il microfono per paura che la vedova dicesse parole di troppo. Struggenti, vere, ma di troppo.
E c’era Borsellino, di pietra, e Antonino Caponnetto, in un dolore composto che a luglio di quell’anno sarebbe diventato, definitivamente, senza speranza.


Sedici anni fa, era questo che accadeva. Altro ancora sarebbe accaduto, prima che lo Stato si risollevasse e portasse giustizia.                                                                               A noi resta il dovere della memoria.

Falcone diceva:
“Ognuno di noi deve fare la sua parte,
piccola o grande che sia,
per contribuire a creare condizioni di vita più umane.
Perché certi orrori non abbiano più a ripetersi”



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tu dov'eri quel giorno?
Idea semplice, e molto interessante come lo sono le cose semplici.
http://palermo.blogolandia.it/2008/05/21/23-maggio-1992-ore-1758-tu-doveri/

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illuminante sull’argomento,
dal titolo:

Costanzo Show: Totò Cuffaro aggredisce Giovanni Falcone
http://www.youtube.com/watch?v=F5MZmJLMQ9Y



A questi due uomini, solo grazie. Dopo 16 anni. Ancora grazie!

Pubblicato il 23/5/2008 alle 8.28 nella rubrica ioTocco news & co..

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