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Quel giorno che siamo andati a trovare il tuo passato

- Le pietre a forma di trono! Quelle pietre le ricordo! - gridò Sara.

Frenai di colpo ed accostai la Cinquecento al ciglio della strada.

- Non fermarti, va’ avanti! -

- Sissì, vado, vado. -

- No, no. Aspetta, torna, torna indietro. -

- Va bene, torno, torno. -

Riandai al trono chiedendole istruzioni con lo sguardo.

- Le pietre, guarda: mi sedevo lì da piccola, mentre il mezzadro si dissetava alla sorgente... l’acqua fresca di sorgente, che buona. -

- Che faccio allora, spengo? -

- Ma no! cammina, ti ho detto! Va’ avanti! -

Avanti ancora entrammo in una strada lunga e stretta, ai cui lati c’erano solo spighe gialle, e la percorremmo tutta fino a giungere di fronte ad un cortile, tre o quattro casolari disabitati. Sara non scendeva ancora, guardava muta ogni cosa e il suo silenzio era tutt’uno con la pace intorno; io sgranchii le gambe, stirai le braccia e gridai: era il paradiso del nulla.

Finalmente anche lei prese coraggio, aprì lo sportello e cominciò a pestare la terra; poi si spinse fino alla cascina grande e prese a tastarne le mura. Lentamente ogni frammento di granito le tornava familiare, il più sperduto angolo della masseria s’impregnava di ricordi, le viuzze dissestate si facevano memoria di corse, di piccoli amici innamorati, di voci di contadini, della cura con cui lei allevava i maialini e non si spiegava perché, quando crescevano, non li trovava più... fantasmi di cui anche a me parve di sentire il richiamo.

Aprì la porta di legno tarlato di una stalla.

- Qui c’erano le mucche - disse. Mi ci chiudevo di nascosto con Peppe, l’inventore, e facevo le ore a giocarci insieme. Lo chiamavo così perché ogni giorno scopriva qualcosa. Intagliava arnesi col coltello, ne sapeva fare d’ogni forma, e poi me li regalava. Lucio, il figlio del massaro, e Peppe finivano sempre col fare a botte per chi doveva fidanzarsi con me; poi facevano la pace e mi dicevano che dovevo pigliarli tutt’e due. Ma due erano troppi. -

- Anche uno... - sussurrai.

Uscì dalla stalla quasi di corsa.

- Io facevo il maschiaccio, ero la capobanda. Li guidavo in esplorazione tra gli alberi, sui rami grossi che davano sulle case dei contadini, per scoprire i loro segreti, che so… dalle finestre. Di sera, poi, tornavo a casa a pezzi, con la gonna rotta e le scarpe piene di fango. Mi prendevo di quelle sgridate… -

- Da chi? -

- Da uno zio, uno che stava in casa con noi. -

- Noi chi? - ma questo non ebbi il coraggio di domandarglielo.

Entrammo nella cascina grande, tutto ancora intatto, ragnatele dappertutto. Mi soffermai a sfiorare le pareti, in pietra a vista, mentre lei schiudeva le imposte quasi a fare gli onori di casa. Un fascio di luce dalla finestra scoprì una terrazza che s’affacciava sulla campagna, un mare aperto di spighe.

- Ecco - disse - io dormivo in questa stanza, la stanza del terrazzo. Il mio letto era quello a sinistra. Ci sono tre camere appena, si dormiva tutti insieme. -

Tutti chi?

- Poi c’è la cucina e la stanza della televisione. Era un vecchio TV in bianco e nero. Al giovedì ci si riuniva a vedere Rischiatutto. -

- Dai, fantastico! pure la mia famiglia! Ero innamorato perso della Ciuffini, e poi era fortissimo con tutte quelle caselle!… Ti ricordi quando Mike entrava gridando “Allegria!”?… -

- Veramente lo fa ancora. E poi la televisione ho cominciato a guardarla verso i sedici anni, con Portobello. Guardavo i fiori d’arancio, ero proprio una bambina… quanto li ho invidiati quelli lì. Vieni in terrazzo, su, che c’è il sole. -

Ora una bava di vento ci accarezzava; il momento appresso il sole vinceva la sua battaglia ed allora occorreva ripararsi dal gran caldo. Tutto era immobile, un antico regno caduto in miseria, una Cartagine distrutta dalla furia dell’oblio.

Il suo sguardo viveva momenti di operosità, poi s’impigriva sul colore di un ricordo ed io capivo che doveva ancora raccontare. Mi sedevo pacifico sul primo sasso sporgente e stavo lì ad ascoltarla, parola per parola, minuti come ore.

Sulla via del ritorno sostammo in una vecchia borgata, un cortile che s’apriva a quadrato su una chiesa diroccata, chiuso da tre casupole e una tabaccheria. Sara lo riconobbe.

Bussammo con cautela sul vetro sottile della bottega e, sul punto d’andar via, una vecchia schiuse la porta. Sara si fece timidamente avanti: - Scusi il disturbo, si ricorda di me? Sono Saretta. -

La vecchia sgranò gli occhi, poi inforcò due lenti spesse: - Saretta!... che grande che sei... Entra.-

- Tuo zio non viene più a trovarmi, da tanto. -

- Hanno venduto la terra, proprio da tanto ormai. -

- E tu, che ci fai qui? -

Sara mi guardò e sorrise: - Avevo voglia di tornare... -

- ... ed il tuo fidanzato ti ha accompagnata. Bravi, me ne compiaccio. -

Prima di salire in macchina volsi lo sguardo ai campi, l’ultima volta. I contadini tornavano a casa stremati da una giornata di lavoro, i campi solcati a dovere conservavano geometrie perfette per il giorno dopo. Un albero in una macchia gialla, pietre su pietre a delimitare le proprietà. Le finestre delle case cominciavano ad accendersi e la vita si trasferiva lì, nell’intimo delle famiglie.

Sara m’abbracciò da dietro e mi strinse forte, in silenzio.

- Restiamo soli questa sera - sussurrò - ne ho bisogno. E’ stato bello quello che hai fatto per me.-

- Anche quello che hai fatto tu, Saretta. -

- Scemo. -


Se solo sapessi dirtelo, Sara, quanto sono stato felice.

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Pubblicato il 18/6/2008 alle 8.21 nella rubrica Racconti.

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