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Siamo dei (fragili e imperfetti)

per che cosa mi dovrei pentire
di giocare con la vita e di prenderla per la coda,
tanto un giorno dovrà finire
e poi, all’eterno ci ho già pensato
è eterno anche un minuto, ogni bacio ricevuto
dalla gente che ho amato.

Oggi, scrivendo a due persone a me care, ragionavo sul senso del perdono, parola inflazionata che faccio fatica a riconoscere nel mio vocabolario. Che significa "perdonare"? Chi sa perdonare, chi sa farsi perdonare, chi perdona chi, e per cosa? Si può imparare a perdonare? Non saprei...

Io penso agli esseri umani come a degli dei fragili. Stiamo al mondo sapendo che moriremo, e questa è la condanna che pesa sulla intera nostra vita, oltre a quella di sforzarsi di credere a un dio che non si vede e, a volte, proprio non c'è.
Quello che ci rimane è la solidarietà tra noi. E, per questo, capisco quelle persone che dicono: la cosa che chiedo al mio compagno è di essermi accanto, di esserci.

Di contro, c'è la vita che preme, la nostra unica vita; e in questo siamo tutti peccatori, pecchiamo nei confronti di noi stessi per non osare abbastanza, pecchiamo nei confronti dei nostri cari nel momento in cui osiamo qualcosa di più. E tutto per sentirci vivi.

In questo senso, nessuno di noi è un dio perfetto, siamo tutti dei fragili, la nostra deità è votata alla fedeltà e, per estrema contraddizione, al peccato. Se sei fedele a te stesso, pecchi nei confronti dell'altro, e viceversa.

Ecco perchè dobbiamo perdonarci a vicenda. Il vero percorso cristiano delle nostre esistenze è questo: lo sforzo reciproco e mai finito di comprendere le ragioni degli altri e, se possibile, accettarle.
Bel casino...

Pubblicato il 23/10/2009 alle 0.31 nella rubrica Diario.

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