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Fight Club, un libro furbo ma gradevole

Questo libro non è un noir. Non è sadico. Questo libro non è una storia d'amore, non è una storia sul cancro. Non è il copione per un buon film. E non è un capolavoro.
 
E' un buon libro, però. Di quelli che leggi e poi ricordi. Soprattutto per la struttura narrativa, fatta di tante ripetizioni a mo' di slogan, che entrano facilmente in testa e catturano l'attenzione del lettore più del plot. 
In questo senso è un racconto furbetto. Ma va bene. 
"Tu non sei i soldi che hai in banca. Non sei il tuo lavoro. Non sei i tuoi problemi. Tu non sei la tua età"
"La prima regola del fight club è che non si parla del fight club. 
La seconda regola del fight club è che non si parla del fight club". 
Ma su tutte, io sceglierei questa, che racchiude più delle altre, a mio parere, la filosofia del narratore: 
"Se sei maschio e sei cristiano e vivi in America, tuo padre è il tuo modello di Dio. E se non hai mai conosciuto tuo padre, se tuo padre prende il largo o muore o non è mai a casa, che idea ti fai di Dio?" 
Perché è il richiamo ad una generazione X sempre più spaesata e individualista, che trova nel collettivo la perpetuazione della propria solitudine e dell'abbandono; e perché è meglio essere odiati de Dio che trovarsi al cospetto della sua indifferenza.

Pubblicato il 8/12/2010 alle 19.35 nella rubrica visti & riletti.

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